Circolo Culturale Zeffirino Pisoni

Circolo Culturale Zeffirino Pisoni Trieste via Orsenigo

L’appello per conservare una memoria lontana arriva fino ad oggi: si tratta di salvare dall’incuria e dal disinteresse sette uomini caduti per la libertà. Non è narrazione postmoderna né tantomeno colorata immaginazione, bensì la storia del defunto Circolo di cultura Zeffirino Pisoni di via Orsenigo. Il drappello di sette combattenti era composto per la precisione da un bracciante, un impiegato assicurativo, due presunti disoccupati, un macellaio e un ignoto. Uomini guidati, metaforicamente, da un insegnante trentino di nome appunto Zeffirino Pisoni. Il ricordo delle loro vite è inciso sopra una lapide che li ricorda proprio sulla facciata d’entrata del circolo oggi in preda al degrado e che non sembra suscitare l’interesse di nessuno, se non quella legata al ricordo e alle memorie sepolte.

Jerina Riccardo, Pippan Alfonso, Ukmar (il nome non è più visibile e nel registro dei caduti della Seconda guerra mondiale ce ne sono otto con lo stesso cognome, ndr), Šcuka Renato, Ronzel Riccardo (probabilmente Roncelj, ndr) e Viscovich Umberto aspettano ormai da molti anni di poter incontrare il riposo, viste le vicissitudini non sempre felici che questo luogo ha subito nel corso soprattutto degli ultimi trent’anni. A passeggiarci oggi sembra che siano molti di più gli anni di disinteresse.

Eppure un tempo esisteva un palco e un teatrino, un bar e un banco funzionanti dove poter ordinare qualcosa da bere, un giardino esterno collegato a delle scale in pietra, una vita sociale frutto dei tempi in cui i circoli della sinistra assolvevano ancora alle funzioni aggregative per le quali erano nati.

Negli anni Settanta Fulvio Tomizza pubblica quello che da molti viene definito il suo capolavoro, L’amicizia. In un breve passaggio nelle prime pagine del libro che racconta il rapporto tra un istriano italiano e uno sloveno triestino, c’è il riferimento ad una antica osteria, una pergola e alcuni tavoli che potrebbero essere ricondotti a questa struttura, oppure al punto di ristoro che sorgeva non lontano da via Orsenigo. A passarci davanti in questo decennio degli anni Duemila si fa fatica ad immaginarsi Tomizza intento a passeggiare in mezzo a queste case. Eppure, nella spinta autobiografica che i romanzi di Tomizza possiedono, non è impensabile che sia accaduto veramente.

La storia di questo luogo poi, all’inizio degli anni Novanta, vive un momento particolare e di tensione: il Circolo viene infatti occupato dagli autonomi e da altre sigle anarchiche per poterne fare un Centro Sociale per iniziative varie. Scrive Claudio Venza in un commento su Facebook: «La storia dell’occupazione del’ 92 serve ancora per capire come funzionava un partito di burocrati e funzionari collocati qua e là. Lo sgombero fu richiesto (se ricordo bene, senza la minima trattativa) dai dirigenti del Pci».

Oggi le facciate e le mura interne di questo edificio sono occupate da disegni e graffiti, slogan poco chiari e ammassi di bottiglie di birra evaporate, un po’ come l’atmosfera che doveva regnare in questo angolo di città, già quasi Carso. Si fa slalom tra le sedie distrutte, e riaffiora un pavimento piastrellato in policromia invidiabile. Compaiono scritte in cirillico, il “potere al popolo” e “il popolo che fa la Storia”, un Craxi poco ben voluto e alcuni contatori per le utenze. «Penso sia sempre proprietà del Pd, erede del Pds che lo fece sgomberare per poi farlo marcire», scrive Ermeneglido Cazzulati, sempre nello stesso post.

All’entrata campeggia una data scolpita nel cemento e accompagnata dal simbolo degli autonomi: 29 maggio 1992. «Il posto era perfetto perché aveva una destinazione sociale di per sé, era proprietà del Pci/Pds che lo aveva lasciato andare al degrado» commenta Ivan Bormann che il giorno dello sgombero era presente. «Dopo averci mandato via – continua Bormann – hanno chiamato un fabbro per blindare ogni entrata e l’hanno lasciato andare. Alcuni dei vicini ci sostenevano, alcuni avevano addirittura riconsegnato la tessera al partito per protesta, altri preferivano l’abbandono, dato che si faceva confusione con musica e altro». Il Circolo Pisoni al momento dell’occupazione versava in uno stato di abbandono da molti anni ed era stato scelto dal Kollettivo Infrazione proprio per tentare di ridare vita ad un luogo importante. «C’erano molti cani sciolti» commenta Bormann. «Ad un certo punto sembrava ci fossero interessi speculativi per cui volessero cacciarci per fare una strada che collegasse non so cosa».

Oggi l’incuria e l’abbandono sono alle stelle, l’erba e i rovi nel giardino hanno invaso quasi tutto e la targa dove è ricordato il sacrificio di uomini a favore della libertà di pensiero potrebbe cadere da un momento all’altro, come pure il controsoffitto. Jerina, Pippan, Ukmar, Šcuka, Ronzel, Viscovich e Pisoni stanno ancora aspettando che qualcuno si decida a considerare anche questo luogo, parte di una memoria da salvare.

(da il quotidiano “Il Piccolo” di Trieste)