Trieste e l’astinenza da automobile

Trieste, traffico anni ’70 – Foto Antonio Marano

Diciamocelo: lo jogging è solamente un palliativo. Il vero cuore dei triestini batte sulle 2 e sulle 4 ruote, da sempre. Basti vedere che, nel periodo della (fase 1) c’erano più automobili circolanti che pedoni, e a ben vedere, buona parte non aveva un motivo “grave” per mettersi al volante. Ma passione a parte, l’? La domanda può apparire provocatoria, ma seguendo la ragione finirete col convenire che la risposta non può che essere sì. individuale e collettiva: sul piano del singolo e su quello dell’intera società.

Sull’argomento interviene il tuttologo Marco Pierfranceschi: “disegnatore meccanico, progettista, ciclista, fotografo, astrofilo, poeta, smanettone, anarchico, grafomane, attore teatrale, animatore di realtà reali e virtuali, documentarista, marito, zio” come ama definirsi.

La dipendenza individuale dall’automobile si instaura in giovane età, ed è legata sia al piacere edonistico dell’autoaffermazione individuale, sia alla possibilità di svolgere in uno spazio relativamente privato quelle attività sessuali che la cultura diffusa non consente di svolgere in spazi pubblici.

L’automobile diventa quindi uno strumento di affermazione dello status sociale nelle sue diverse forme: al pari dell’abbigliamento le persone utilizzano l’automobile come veicolo di una narrazione pubblica del sé. Non stupisce quindi come ciò finisca con l’instaurare un meccanismo di identificazione psicologica con la propria vettura.

Questo è rilevabile dal fatto che la maggioranza degli autoveicoli in commercio non risponde a criteri di mera efficienza, ma al contrario i fabbricanti concentrino spesso l’appeal del prodotto sull’estetica e/o su prestazioni spesso non necessarie all’acquirente finale, quando non del tutto superflue.

Da un lato abbiamo l’auto sportiva che, almeno nel nostro paese, è da sempre vissuta con desiderio e bramosia nonostante i costi elevati di acquisto e manutenzione, le dimensioni sacrificate degli abitacoli, i consumi spropositati e le velocità di punta inutilmente superiori a quelle massime consentite sull’intera rete viaria.

Più recentemente la moda dei SUV ha imposto come status-symbol veicoli insensatamente pesanti ed ingombranti, oltreché costosi, energivori e del tutto sovradimensionati per gli utilizzi ai quali si è soliti destinarli. Il che dimostra come, in una società ideologicamente basata sul consumo compulsivo, la principale forma di affermazione individuale debba consistere nel consumare, inutilmente, più degli altri.

La dipendenza psicologica dall’automobile e dai suoi “benefici” (la cui percezione, veicolata da campagne pubblicitarie onnipresenti, pervasive e martellanti, è di molto ingigantita rispetto a quella relativa ai danni prodotti) assume diverse gradazioni, laddove il livello base si esprime con l’affermazione classica (ed apodittica): “dell’automobile non si può fare a meno”.

Le forme via via più gravi si caratterizzano con un’attenzione feticistica all’oggetto del desiderio, con la partecipazione emotiva a discipline pseudosportive basate sulla guida di autoveicoli, coi pomeriggi passati a lavare a mano l’automobile e tirarla a lucido, con l’acquisto di accessoristica customizzata di nessuna reale utilità, con la progressiva cancellazione dall’immaginario personale di ogni possibile forma di trasporto alternativo, con un’attenzione maniacale al mercato dell’automobile, alle marche, ai modelli, alle prestazioni.

Questa dipendenza individuale dall’oggetto automobile in quanto proiezione di sé e della propria identità, non essendo pubblicamente disapprovata ma, al contrario, socialmente accettata e financo incoraggiata (grazie alla quantità ingente di denaro e domanda di manodopera messi in movimento dal mercato dell’auto), ha finito col produrre una deformazione irrecuperabile nell’intera struttura sociale e ancor più nell’organizzazione delle attività individuali e nella sistemazione degli spazi urbani.

Questo percorso di assuefazione collettiva all’automobile ed al suo utilizzo è stato ben descritto in un grafico dal team di copenhagenize.com, diagramma che mi sono dato pena di tradurre.

Appare evidente come la scelta di adottare l’automobile privata come principale mezzo di spostamento, ed il conseguente progressivo declino delle forme di trasporto collettive ben più efficaci sotto il profilo dei consumi energetici, dell’occupazione di suolo pubblico, della qualità dell’aria e della vivibilità degli spazi urbani, abbia prodotto un adattamento dell’organismo sociale alla “sostanza estranea” tale che una riduzione del dosaggio, o una totale e drastica eliminazione, darà inevitabilmente luogo ad una “crisi d’astinenza” dagli effetti imprevedibili e potenzialmente devastanti.

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