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Il Covid metterà in crisi l’industria del caffè, materie prime più rare

La diffusione del virus può comportare una riduzione della manodopera agricola e questo ha sollevato preoccupazioni in vista dei futuri raccolti in Colombia, Brasile e Perù, che rappresentano quasi i due terzi della produzione mondiale di arabica. Ricordiamo che l’industria triestina per eccellenza (Illy) usa per l’appunto questa varietà.

Sale l’arabica, scende la robusta. Le quotazioni del caffè si muovono con nuove caratteristiche nei giorni del Coronavirus. Le incognite sono molte: innanzitutto, sulle prospettive del settore pesa il rischio di una recessione globale.

La diffusione della pandemia può comportare una riduzione della manodopera agricola e questo ha sollevato preoccupazioni in vista dei futuri raccolti in Colombia, Brasile e Perù, che rappresentano quasi i due terzi della produzione mondiale di arabica.

In particolare in Colombia, dove la raccolta dei chicchi è meno meccanizzata. Senza contare che le restrizioni hanno conseguenze su tutta la filiera commerciale. Alcuni tra i maggiori commercianti di caffè al mondo si starebbero preparando ad affrontare problemi di interruzione della catena di approvvigionamento.

Come cambiano i consumi
Ma il Covid 19 ha comportato anche un cambiamento dei consumi: il lockdown ha bloccato gli acquisti di bar, caffetterie e macchinette, ma ha fatto crescere il consumo domestico, che predilige la qualità più alta. Così gli acquisti nei supermercati (gonfiati anche dalle ondate di panico nella popolazione) hanno avuto come conseguenza il rialzo dei prezzi dell’Arabica, con i futures a New York in crescita di circa il 15% solo nell’ultimo mese.

A marzo – segnala l’Organizzazione mondiale del caffè (Ico) – i prezzi dell’arabica sono aumentati per il timore sulla disponibilità di mercato, mentre i prezzi della Robusta sono scesi dello 0,9%.

A febbraio, le esportazioni globali erano state pari a 11,11 milioni di sacchi, in rialzo rispetto ai 10,83 milioni di sacchi del febbraio 2019. Il consumo mondiale era stimato in rialzo ma la pandemia ha cambiato le carte in tavola e ha fatto avanzare i rischi al ribasso. Il Covid-19 – afferma l’Organizzazione mondiale del caffè – avrà probabilmente un profondo impatto sul settore, sia sul fronte della produzione, sia del consumo e del commercio internazionale.

Secondo un’analisi compiuta dall’Ico su un campione dei primi 20 paesi consumatori di caffè (che rappresentano il 71% della domanda mondiale), una diminuzione di un punto percentuale della crescita del Pil si associa a una riduzione della crescita della domanda mondiale di caffè di 0,95 punti percentuali (pari a 1,6 milioni di sacchi da 60 kg).

Anche un modesto calo della crescita del Pil potrebbe quindi avere un impatto significativo sulla domanda di caffè. Dopo un periodo prolungato di quotazioni basse, il coronavirus rappresenta allora una nuova sfida significativa: dal 2016 i prezzi del caffè sono scesi del 30% rispetto alla media degli ultimi dieci anni. Molti dei 25 milioni di agricoltori in tutto il mondo, la maggior parte dei quali sono piccoli, lottano per coprire i costi operativi, che continuano ad aumentare. L’Ico non esclude poi che oltre a un calo della domanda, con la crisi economica possa verificarsi uno spostamento verso tipologie di caffè a basso costo.

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