La demolizione dei palazzi della Città Vecchia a Trieste nel 1935

La demolizione dei palazzi della Città Vecchia a Trieste nel 1935 faceva parte di un massiccio piano di “risanamento” e sventramento urbano voluto dal regime fascista per trasformare il vecchio nucleo medievale e l’antico ghetto. 
demolizione città vecchia Trieste 1935
  • Il piano del 1934: Avviato dal podestà Enrico de Salem e proseguito dal podestà Giuseppe Cobolli Gigli, con il sostegno del prefetto Carlo Tiengo, il piano mirava a eliminare i vicoli stretti e le abitazioni ritenute malsane e arretrate. 

  • Ideologia: L’obiettivo politico era “modernizzare” il centro storico, esaltare la romanità (portando alla luce e valorizzando il vicino Teatro Romano) e sostituire il tessuto edilizio antico con architetture celebrative del regime. 

Cosa è successo nel 1935

  • Le zone colpite: Nel corso del 1935 le ruspe e i picconi interessarono diverse aree chiave come via Malcanton, via Riborgo, via di Rena, piazza Piccola, via della Loggia e la zona del vecchio Corso. 

  • Numeri e impatti: Solo tra il luglio e il settembre del 1935 (Gruppo VIII e IX), decine di stabili di abitazione furono rasi al suolo, costringendo centinaia di famiglie a uno sfoltimento e a uno spostamento forzato verso altri rioni, oltre alla chiusura o allo sgombero di numerosi negozi e magazzini. 

  • Perdita di memoria storica: Oltre alle case popolari e alle caratteristiche “androne” medievali, le demolizioni portarono alla scomparsa di importanti edifici storici e luoghi di ritrovo della comunità ebraica (come le antiche sinagoghe presenti nel rione). 

  • Il riuso dei materiali: I detriti provenienti dagli abbattimenti di Cittavecchia furono utilizzati anche per opere infrastrutturali dell’epoca, come l’interramento della parte terminale del canale per creare la piazza circostante (poi intitolata a Umberto I e oggi Piazza Sant’Antonio Nuovo).
Le demolizioni del 1935 cancellarono la fitta rete di vicoli e palazzi medievali che collegavano Piazza Unità d’Italia al colle di San Giusto. Lo sventramento fascista creò un vuoto urbano, poi colmato da grandi palazzi razionalisti come la Casa del Fascio (oggi Questura) e il Grattacielo di Largo Riborgo. [1]
L’intera topografia storica della zona fu stravolta, portando alla scomparsa definitiva di intere vie e monumenti storici, sostituiti in gran parte dall’odierna Via del Teatro Romano.

Le Vie Cancellate o Stravolte

Nome della Via Cosa è successo Impatto Urbanistico
Via Riborgo Demolita quasi interamente Era l’arteria commerciale principale della Città Vecchia. Collegava Piazza della Borsa al cuore del ghetto. Fu rasa al suolo per fare spazio a Largo Riborgo e ai nuovi palazzoni di Marcello Piacentini.
Via Malcanton Sventrata e ridimensionata Storico e tormentato vicolo del centro medievale. Venne del tutto aperto e demolito nei suoi lotti centrali per far respirare le strutture monumentali adiacenti.
Via di Rena Cancellata nel tratto storico Scorreva proprio a ridosso delle antiche strutture romane. Venne spianata per liberare la visuale sul colle e permettere lo scavo archeologico.
Via delle Beccherie Vecchie Scomparsa per sempre Era la via dei macellai e dei vecchi mercati di carne. Un vicolo strettissimo ad alta densità abitativa, abbattuto completamente per motivi igienico-sanitari e ideologici.
Via San Filippo Demolita pezzo per pezzo Una delle vie interne in cui il Comune acquisì in blocco le proprietà (spesso espropriate o acquistate all’asta) per procedere all’abbattimento sistematico.

Gli Edifici e i Luoghi di Culto Scomparsi

Edificio / Monumento Descrizione e Perdita Storica
Le Antiche Sinagoghe del Ghetto La demolizione non risparmiò le storiche “Scuole” (sinagoghe) ebraiche risalenti ai secoli precedenti, come la Scuola Grande e altre piccole strutture di culto integrate nei palazzi del ghetto. La comunità ebraica dovette concentrare le attività nella Sinagoga Maggiore di via San Francesco, inaugurata nel 1912.
Le “Androne” e i Portici Medievali Scomparvero decine di passaggi coperti, cortili interni ad arco e ballatoi in legno tipici dell’architettura triestina medievale. Erano il simbolo del tessuto sociale popolare e mercantile della vecchia Trieste.
Case di Via della Loggia e Piazza Piccola Vennero abbattuti i blocchi di caseggiati secenteschi che stringevano Piazza Piccola dietro il Palazzo del Municipio, isolando il Comune e modificando per sempre la percezione dello spazio dietro Piazza Unità.
I vecchi magazzini e le botteghe artigiane Centinaia di piccole attività commerciali, cantine vinicole (le classiche “frasche” e osmizze urbane) e laboratori di calzolai, fabbri e sarti vennero liquidati o trasferiti d’ufficio nei quartieri periferici in costruzione.

L’unico elemento antico risparmiato dal piccone demolitore in quell’area fu il Teatro Romano, che venne letteralmente “liberato” dalla morsa delle case che nel corso dei secoli vi erano state costruite sopra e attorno, diventando il nuovo fulcro monumentale della Trieste fascista.
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