Spionaggio a Trieste, il caso Iret del 1989

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La città di Trieste, per la sua posizione strategica, è sempre stata il crocevia di internazionale. Uno dei casi più eclatanti del dopoguerra risale al 1989, quando il tecnico elettronico G. S., dipendente della , una società che si occupava di sistemi radio militari, era stato rinviato a giudizio assieme a due cittadini sovietici per tentato spionaggio militare e altri gravi reati. I tre dovevano rispondere anche di tentata rivelazione di segreti di Stato, tentata rivelazione di notizie di cui sia stata vietata la divulgazione, associazione per delinquere e concorso in corruzione aggravata. S. fu arrestato a metà febbraio dello stesso anno mentre si trovava in un bar della zona industriale di Trieste con addosso i piani del progetto Sorao, un sottoinsieme del più articolato progetto cibernetico Catrin, un sistema di controllo del campo di battaglia che anche alcune grosse società italiane stavano elaborando per la Nato. Sorao era stato realizzato negli stabilimenti della Meteor di Ronchi dei Legionari e stava per finire a Belgrado nelle mani di due agenti del , i cittadini sovietici Alexandrovic Vitalj Popov, consigliere dell’ambasciata russa a Belgrado, e Nicolai Kirikovic Smetankin. Sui due pendeva un mandato di cattura internazionale del giudice istruttore Filippo Gullotta. Secondo la ricostruzione del magistrato, G. S. è stato catturato prima che potesse informare il Kgb dell’importante sistema strategico militare. Una soffiata per la quale avrebbe dovuto ricevere 150 mila dollari. S. contava di espatriare senza difficoltà: cittadino italiano, viveva da anni in territorio jugoslavo, insieme alla moglie e alla figlia, anche se solo a qualche centinaio di metri dal confine. Un paese di poche case, chiamato Albaro Vescovà, dove di solito i triestini andavano a fare grandi scorte di generi alimentari. Nella storia del Catrin ci sono ancora alcuni punti oscuri. Non è chiaro chi si sia impossessato alla Meteor del progetto, e aleggia la figura d’un tale Karl, una sorta di agente di collegamento o di supervisore di tutte le operazioni. Sempre secondo la ricostruzione dei giudici, S. avrebbe informato dell’operazione gli agenti del controspionaggio jugoslavo, i quali, a loro volta, avrebbero dato l’ok per un suo svolgimento discreto. C’è infatti il sospetto che, in passato, l’elettrotecnico triestino abbia lavorato per i servizi jugoslavi. (archivio La Repubblica)

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