Rumiz e la lettera infuocata contro la deriva crocieristica (e non solo) della città

Una cosa è certa: Paolo Rumiz non le manda a dire. Nella sua lettera infuocata (pubblicata sul quotidiano “Il Piccolo”) contro questa giunta comunale, sottolinea la carente pianificazione urbanistica, mobilità e cultura. Ecco il testo:

Paolo Rumiz

Caro Sindaco, lei sa che non l’ho mai votata ma credo sappia anche del dovere del rispetto reciproco e dell’amore per Trieste che ci lega. Per questo sento l’obbligo di renderla partecipe di tutta la mia preoccupazione per la piega che sta prendendo la città con l’arrivo in massa delle grandi navi e non solo. Un cambiamento che mi ha portato a scappare in Carso con una scelta dolorosa ma necessaria e, devo avvertirla, condivisa da molti. Esiste una rabbia sommersa che lei non può ignorare e che spesso emerge alla minima occasione, anche da incontri casuali sulle Rive.

Comincia così: “Come la sta sior Rumiz?”. “Ben che mai – replico – son scampà in Slovenia. Via de sto Luna Park. No me sento più a casa mia”. Non faccio in a pentirmi della mia uscita da vecchio brontolone del “no se pol”, che la risposta arriva a sorpresa: “Beato lei che la pol”. E poi: “La sa una roba? No me trovo gnanca mi”. Penso sia una coincidenza, e invece riecco una tipa che mi fa: “No trovo più Trieste”. E ancora: “I ciama i archistar, no noi, che savemo de mar”. Allora penso: forse non sono solo. È come se di colpo apparisse a tanti l’evidenza di un misfatto cui stavano rassegnandosi per abitudine. Come se ci svegliassimo dal torpore di una realtà virtuale.

Per questo, gentile sindaco Dipiazza, vorrei passare in rassegna per lei il volto di questa città che vedo sempre più aliena al suo fronte mare. L’elenco, salvo eccezioni tipo Eataly, è scoraggiante. Mare quasi inaccessibile, moli chiusi da transenne, cancelli, reticolati. Stazione marittima e banchine adiacenti sprangati quattro giorni su sette. Porto Vecchio di nuovo “off limits” per lavori che nessuno conosce, in assenza di un piano generale. Inimmaginabili congestioni di traffico per l’arrivo dei croceristi. L’antica, magnifica Lanterna, semispenta o con luci da discoteca, sempre più soffocata da caserme della Finanza che avrebbero spazio altrove. La bruttissima sede a mare dell’Istituto Nautico, mai entrata davvero in funzione.

Continuo: la contigua ex area del cantiere Cartubi lasciata alle ortiche in vista di un Parco del mare che non si farà mai. Chioschi dappertutto, schierati anche sulle Rive a sbarrare la vista al mare proprio nel giorno da una regata d’autunno sempre meno nostra, sempre più commerciale. La nuova piscina terapeutica ridotta in macerie dopo il crollo. La pescheria asburgica espiantata dalla sua triestinità marinara per ospitare, a vantaggio non si sa di chi, piramidi di Lego, schermi di videogames e collezioni private di Vittorio Sgarbi che non hanno reso nulla al Comune. Navi da crociera che lasciano anche soldi a pizzerie, gelatai e negozi di souvenir, ma rischiano di portare al collasso i porti dove arrivano.

E ancora: navette costiere in avaria per un nonnulla. Il glorioso tram, simbolo della città, che arrugginisce da sette anni, mentre si pianifica un’insensata ovovia, la cui futura stazione di partenza, firmata Fuksas, offre una scenografia da Pala-Sanremo, come se fossimo nel Tirreno, come se la venerabile struttura del Porto Vecchio, costruito dai nostri vecchi, non esistesse. Intorno, a far da cornice, in una nube di colombi e cocai, un incubo colorato di “cagoie”, rospi, ed elefanti di plastica paracadutati dal nulla e costati 267 mila euro, sorveglianza compresa, alle nostre riverite tasche.

Non riconosco più la mia città. Sembra che tutto sia fatto per i turisti, non per i triestini. Turisti cui è consentito muoversi senza un filtro, senza una disciplina. Possibile sia questa la Nuova Frontiera? Possibile che non si sappia gestire un buon equilibrio? Lei penso sappia che a Genova e Marsiglia sono nati forti comitati contro l’invasione delle grandi navi. Che Venezia le ha già rifiutate (e per questo sin venute qui). Che a Ragusa-Dubrovnik temono il loro arrivo più di quello degli ex nemici serbi sulle montagne. Che a Barcellona i turisti vengono insultati e l’inquinamento dell’aria ha cambiato il clima della città. Secondo la Federazione europea per il trasporto e l’ambiente gli ossidi di zolfo emesso da questi colossi supera di trenta volte quello di milioni di auto diesel. Che conclusioni ne trae? Perché Trieste non propone qualcosa di nuovo, di ordinato e pulito per governare questo flusso?

Ma il problema è molto più vasto: evitare la capitolazione del pubblico rispetto al privato. Quella cui stiamo assistendo con la cancellazione a ciel sereno della Grandi Motori. Veda il verde civico. Soffre di incuria grave, i dipendenti che se ne occupano sono scesi in trent’anni da cento a sei, perché la manutenzione non fa consenso e soprattutto costa. Vero, ma anche le lumache di plastica costano. Perché quella spesa non importa? Oggi ahimè, lei lo sa, contano gli annunci roboanti, non tanto la buona amministrazione. Tanto, la gente non vede. Vota non chi governa bene ma chi indica nemici, meglio poi se stranieri. È un meccanismo che schiaccia anche la Sinistra.

Ma vivaddio, che roba è? Cosa ha a che fare tutto questo con la nostra storia plurale, costruita da immigrati? La città sembra tolta ai cittadini, ridotta a cartolina di se stessa, caricatura dove il buon mangiare è diventato già “food”. E io, mi dica, cosa della nostra identità posso mostrare ai miei nipotini? Una città che si sradica da se stessa, caro Sindaco, non ha futuro.

E qui veniamo al secondo punto, caro Sindaco. Un punto molto più generale che ci porta all’idea di città che intendiamo sostenere. Dove posso portare, in un giorno di pioggia, un amico che viene da lontano per raccontargli chi siamo nella realtà e non nella retorica? Dove leggere le radici di questa Vienna sul Mediterraneo? Come spiegargli che siamo una città di mare, e non banalmente una città sul mare? Dove trovo un luogo che racconti i suoi mestieri, le sue tradizioni, la sua storia minore fatta di squeri, marineri, bandai, mlekarice e portuali? Ci pensi: da nessuna parte. Perché anche qui quasi tutto è pensato per i turisti, non per i triestini.

Certo, ora, come annuncia lei stesso, avremo un vero museo del mare al Magazzino 26. L’assessore Rossi ci dà dentro da mesi, e se non ci fosse lui forse non si sarebbe fatto ancora niente. Ma è proprio lì il problema: che accanto all’assessore non vi sia un tavolo di esperti di scelta pubblica capaci di indirizzare con mano ferma e illuminata l’amministrazione sulla strada già intrapresa dai gloriosi musei del mare di Amsterdam, Greenwich, Marsiglia, Genova, Oslo, o da altri musei italiani in grande crescita come l’Egizio di Torino o il “Muse” di Trento.

Il fatto è che il Comune ha cancellato le cariche dei direttori nei musei e nelle biblioteche civiche. Bastano i “conservatori”, è la nuova parola d’ordine nata da un deprecabile andazzo nazionale, come se musei e biblioteche fossero scatole da riempire e vuotare a piacimento. Senza programmazione, lo sa chiunque, i musei decadono, perdono soldi, diventano un buco nero. Lo era diventato quello di Capodimonte a Napoli, degradato a rifugio di tossicodipendenti e prostituzione, il quale, ora, dopo un cambio di direzione imposto da Roma, è letteralmente rinato e guadagna alla grande.

I conservatori, da soli, caro Sindaco, non hanno nessun potere di spesa e pianificazione pluriennale. Non hanno personale adeguato, comitato scientifico, revisori dei conti, addetti alla comunicazione, rappresentanti di peso per partecipare a bandi. Il conservatore destinato al nostro museo del mare è arrivato da Venezia e immagino si chieda che ci sta a fare, visto che tutto è concentrato nel potere discrezione di alcuni che sanno poco o nulla di gestione culturale. Tecnici a casa, insomma. Gestione tutta politica. Ma alla politica chi gliele insegna le -guida?

Niente paura, c’è Vittorio Sgarbi, pronto a venire gratis da noi! Gestirà lui, ovviamente senza concorso, lo storico, immenso Magazzino 26 dove saranno ammassati, oltre al Museo del mare, le masserizie degli Esuli, l’Immaginario scientifico, la mostra del Lloyd Triestino, il e quello dell’Antartide (quello dell’Artide manca non si sa perché, visto che la sua esplorazione è stata inaugurata da un triestino adottivo, Carl Weyprecht, noto nel mondo ma non a Trieste), un “attrattore turistico” per l’allestimento del quale sono a disposizione 33 milioni di euro. Una bella torta, dalla quale mancano però i fondi per una gestione capace di offrire negli anni – dopo la passerella elettorale dell’inaugurazione – mostre, attività, scambi, collaborazioni con scuole e università, tali da fare del museo non uno scatolone di reperti, ma una cosa viva che rispecchi l’identità triestina e chiami stranieri anche in futuro, in vista della mutevoli sfide dei tempi. Che volto di noi stessi siamo in grado di mostrare, al di là dei sardoni e delle gelaterie?

Tutto questo sembra secondario al Comune. Tanto c’è Sgarbi che arriva a chiamata diretta. Quando un grande esperto come lui mi propone una cosa, ha dichiarato più o meno l’assessore Rossi, io gli credo, non ho bisogno di qualcuno che verifichi ciò che mi propone. Il senso è che Sgarbi potrà fare ciò che vuole, libero da controlli sulle scelte e su eventuali conflitti di interesse? Carta bianca totale? La mia impressione è che davvero il furbissimo Vittorio vi mangerà in un boccone. Me lo ricordo come ha fatto sganasciare gli elettori con battute da caserma nella campagna di voto a suo favore, caro Roberto. Si godeva, credo, lo spettacolo di una città implume dal punto di vista culturale.

Sindaco, si chieda che tempo avrà per gestire il nostro polo museale il bulimico ferrarese che ha già strappato ad altre implumi amministrazioni la presidenza del Mart di Rovereto, la presidenza di Ferrara-Arte collegata alla sua fondazione Cavallini-Sgarbi al Castello Estense e la presidenza del Museo dell’Alto Garda, l’ubiquo romagnolo che gestisce la raccolta dei gessi del Canova a Possagno, che oggi fa campagna alla Camera per Berlusconi a Bologna e sta nel consiglio regionale dell’Emilia e Romagna, che ha fatto il sindaco a Salemi in Sicilia, San Severino nelle Marche e Sutri in Lazio inventandosi fantasiosi assessorati tipo “all’Ebbrezza” e “alla Creatività”.

Possibile che nella più bella pescheria del Mediterraneo non si sappia prevedere niente di meglio del plastico di un’Italia in miniatura, che potrebbe stare in qualsiasi altra città del Paese? Basta con i cattedratici, gli intellettuali e i comitati scientifici? Ma che vuol dire? Che dobbiamo dare man libera alle lobby, all’incompetenza e al banale, appaltando tutto a esterni, persino la sorveglianza, ora scandalosamente sottopagata? Il Comune in altre occasioni ci ha saputo fare. La Pescheria ha ospitato cose buone come la rassegna sul Mare dell’intimità, l’archeologia subacquea dell’Adriatico, la mostra del Liberty a Trieste. Si prenda esempio da queste iniziative.

Spesso l’assenza del pubblico si alimenta del disinteresse delle persone. Ma il popolo triestino – lo si è visto con la strepitosa adesione alla manifestazione sulla Wärtsilä – sembra entrato in una nuova fase di attenzione e interesse rispetto al suo destino. Una nuova consapevolezza sta nascendo. Anche tra i giovani. Da amministratore e politico, caro Dipiazza, ci pensi.

Rispettosamente,
Paolo Rumiz

19 settembre 2022

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