Nel 1874 Joseph Glidden depositò il brevetto del filo spinato

Limen

Opening sabato 25 gennaio 2020
alla presenza degli artisti
ore 18.00 / Cavò via San Rocco 1
ore 19.30 / EContemporary via Crisipi 28

Nel 1874 Joseph Glidden depositò il brevetto per “due fili di ferro e di una serie di spine”: è la nascita del filo spinato, uno dei simboli più forti della costrizione, del controllo, del limite imposto. Tre artisti attraverso la fotografia, la pittura e la scultura hanno affrontato i mondi, i corpi, le idee e i desideri che il filo ha segnato e continua a ferire.

Limen, nata da un’idea di Massimiliano Schiozzi ed Elena Cantori, presenta le fotografie di Slivia Sanna al Cavò, accompagnate da un testo di Monica Mazzolini, mentre da EContemporary, vengono esposte le sculture di Deborah Napolitano e le opere pittoriche di Vincenzo Ruocco, con un testo sui due artisti di Giada Caliendo.

Promossa dall’associazione culturale Cizerouno, Cavò e dalla galleria EContemporary di Trieste la mostra si apre con una doppia inaugurazione sabato 25 gennaio 2020: la prima si svolgerà alle ore 18.00 al Cavò (via San Rocco, 1) e sarà dedicata ai lavori della giovane fotografa Silvia Sanna mentre alle 19.30 da EContemporary (via Crispi, 28) si darà avvio alla mostra dedicata alla scultrice Deborah Napolitano e al pittore Vincenzo Ruocco.

Limen nasce dalla riflessione di quanto ancora oggi i confini in ambito geografico, politico, sociale e religioso siano radicati nonostante si faccia di tutto per eliminarli e l’oggetto che meglio rappresenta questo limite imposto è il filo spinato che diventa il filo conduttore del progetto che coinvolgendo tre artisti e due gallerie, non a caso viene inaugurato simbolicamente a ridosso della Giornata Internazionale della Memoria.

Questo particolare appuntamento artistico prende spunto anche da uno stralcio del saggio Storia politica del filo spinato. Genealogia di un dispositivo di potere scritto nel 2017 da Olivier Razac e pubblicato in Italia da Ombre Corte:

«subito si è mostrato uno strumento politico di grande rilevanza, la cui efficacia gli ha garantito un ruolo di primo piano in tre delle maggiori catastrofi della modernità. Negli Stati Uniti ha contribuito alla colonizzazione delle praterie del West e dunque all’ultima tappa dell’etnocidio degli Indiani d’America. Nel corso della Prima Guerra mondiale ha fortificato le trincee, dove sono morti milioni di uomini. Infine, è stato la recinzione elettrificata dei campi di concentramento e di sterminio nazisti. Ma la sua storia non finisce lì. Il filo spinato ha continuato a essere largamente utilizzato quasi ovunque: attorno ai campi e ai pascoli in campagna; in città, sui muri o sui cancelli delle fabbriche, delle caserme, delle prigioni e delle abitazioni di famiglie preoccupate. Ma anche lungo le frontiere nazionali, sui campi di battaglia o per sorvegliare uomini da far sopravvivere, da rispedire ai loro paesi, da uccidere… Tuttavia, il fatto che continui ad avere successo non significa che sia ancora il punto tecnologicamente più avanzato di gestione dello spazio. La tendenza attuale è di chiudere, gerarchizzare e controllare lo spazio con altri mezzi ben più sofisticati, ancora più leggeri e reattivi. Ma è poi così nuova questa tendenza? Contrariamente alla percezione che se ne ha, il filo spinato corrispondeva già a un allontanamento dalla pesante materialità della pietra, a una virtualizzazione delle separazioni massicce. Si trattava già di perdere in consistenza per guadagnare in potenza. Ma, in questo modo, annunciava il proprio superamento, il tempo in cui anch’esso sarebbe stato troppo vistoso e pesante, e avrebbe dovuto essere sostituito da tecniche più leggere, da dispositivi più discreti, che tracciano confini immateriali: non di legno, non di pietra né di metallo, ma di luce, onde e vibrazioni invisibili».

Ed è su questi concetti che i tre artisti hanno basato il loro lavoro creando un percorso artistico in cui si intrecciano fotografia, pittura e scultura, creando un’estetica contemporanea sul concetto di confine, di limite.

Le fotografie concettuali dell’artista sarda Silvia Sanna propongono un dialogo tra il corpo della stessa artista e il filo spinato. Il corpo che diventa una linea di confine appunto un limen. Il filo, con le sue evidenti spine, non solo percorre il corpo lungo la silhouette ma anche penetra e lega parti di esso.

Deborah Napolitano, architetto e scultrice salernitana, declina il tema usando la calda terracotta e il freddo ferro per una ricerca che unisce l’arte concettuale ad un estetismo rigorosamente minimalista e altamente contemporaneo, lasciando al fruitore la possibilità di riflettere trovando nelle opere non solo dolore, ma anche uno spiraglio di libertà.

Vincenzo Ruocco noto pittore anch’esso salernitano riesce a trattare la gravità di questo tema con leggerezza utilizzando tratti evanescenti e cromie calde. I volti rappresentati si confondono, diventando quasi eterei, impalpabili in contrasto con il ferro acuminato che fa da violento spartiacque tra il desiderio e la possibilità.

 

Silvia Sanna, dal ciclo Abitare, 2014

Vincenzo Ruocco, Anime, 2019

Deborah Napolitano, Freedom, 2019

Limen
a cura di
Elena Cantori Massimiliano Schiozzi

opere di
Deborah Napolitano Vincenzo Ruocco Silvia Sanna

testi di
Giada Caliendo Monica Mazzolini

un progetto promosso da
Cizerouno associazione culturale EContemporary
Cavò

l’evento è un’anteprima di
Varcare la frontiera #8_femmine


Cavò
via San Rocco 1
Trieste
25 gennaio – 28 febbraio 2020
mercoledì, giovedì, venerdì 17.00 -19.30
o su appuntamento
040 349 00 65 www.cizerouno.it

EContemporary
via Crispi 28
Trieste
25 gennaio – 28 marzo 2020
giovedì, venerdì, sabato 17.00 – 20.00
o su appuntamento 328 734 9711 www.elenacantori.com

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