Morto l’ultimo erede di James Joyce, era suo nipote Stephen

James Joyce e il nipote, Stephen, nel 1934

Non era un tipo semplice, per alcuni era semplicemente un rompi… Era nato 50 anni dopo il nonno, quasi lo stesso giorno – JJ il 2 febbraio, lui il 15 – per questo Giorgio, il papà, lo aveva confortato con quel nome, raddoppiato, Stephen James Joyce. Chiamava nonno il nonno, in italiano: una delle più belle fotografie di JJ lo ritrae con la faccia seria, i capelli pettinati all’indietro, un poco sporchi, giacca&cravatta, che fissa il nipote, Stephen; lo sorregge con mani che sembrano ali, mentre il piccolo, è il 1934, allunga le dita, cerca di toccargli le lenti tonde degli occhiali. La scena pare un simbolo: il nipote vuole estrarre gli occhi, animati da cecità, del nonno.

Nel 1932 Joyce pendola tra Parigi e Zurigo, la figlia Lucia, schizoide, è in cura da Jung, e lui sta lavorando, con incessante dedizione, a Finnegans Wake. Sono passati dieci anni dalla pubblicazione dell’Ulisse. La nascita di Stephen emoziona Joyce: sembra sconfiggere il lutto, patito qualche mese prima, la morte del padre, John Stanislaus Joyce, alla fine dell’anno. Per onorare l’evento, Joyce, che nasce poeta, torna alla poesia, scrivendo una specie di salmo laico, Ecce Puer:

Dall’oscurità del passato
Un figlio è nato.
Con gioia e dolore
È straziato il mio cuore.

Quiete nella sua culla
Le menzogne incarnate.
Possa l’amore e la pietà
Schiuderti gli occhi!

La giovane vita si respira
Sul vetro;
Il mondo che non era
Ora viene alla luce.

Un bambino dorme:
Un vecchio muore.
O, padre abbandonato,
Perdona tuo figlio!

James Joyce e Stephen, figlio di Giorgio

Rivolgersi al nipote per parlare con il padre: la morte di Stephen Joyce, l’ultimo erede diretto di JJ – sposato con Solange, non ha avuto (o non ha voluto avere) figli – ci costringe al ragionamento sul resto, sull’eredità, sulla genealogia. Cosa si trapianta, biologicamente, di JJ in Stephen? Che compito configge una generazione di padri&nonni&figli? D.T. Max, che ha realizzato una sinuosa intervista a Stephen Joyce, per il “New Yorker”, era il 2006, s’intitola The Injustice Collector – D.T. Max è l’autore della biografia di David Foster Wallace, tradotta in Italia da Einaudi – lo descrive così. “Bell’uomo, barba grigia, fronte volitiva, occhi di un blu intenso: ha l’aspetto di Joyce, se Joyce non si fosse fumato e bevuto la vita, se non fosse morto, nel 1941, a 58 anni. Cammina come il nonno, Stephen. Alle rare conferenze accademiche cui accetta di partecipare è pugnace, cinico. ‘Sono un Joyce, non uno dei troppi joyceiani, e c’è più che una sfumatura in questo’, dice. E vuole essere chiamato per esteso. Non Stephen Joyce, ma Stephen James Joyce”.

Dell’eredità, Stephen Joyce ha fatto il proprio decalogo, come se JJ, il nonno, fosse una specie di arca dell’alleanza, di testo sacro. Per dirla diversamente, era un rompicoglioni. Studi eccellenti – ad Harvard, compagno di stanza di Paul Matisse, nipote di Henri –, lavoro poco impegnativo presso l’OECD (Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo in Africa), Stephen s’impegna a proteggere la privacy della famiglia Joyce e blinda i documenti del nonno. Le sue lotte sono epiche: fa ritirare o emendare testi accademici sul nonno, impedisce la pubblicazione di diversi documenti autografi, nel 1988 ha annunciato di aver distrutto alcune lettere di Lucia Joyce, la zia pazza. Nel 2004 minaccia il governo irlandese che aveva proposto una lettura pubblica dell’Ulisse durante il ‘Bloomsday’; nel 2013, quando la Central Bank of Ireland conia una moneta commemorativa per onorare Joyce, esplode: “è uno dei più grandi insulti perpetrati dal quel paese contro la mia famiglia, hanno sempre trattato mio nonno come un pezzente”. Dal primo gennaio 2012, quando le opere di JJ sono uscite dai diritti, cioè dalla gogna di Stephen, gli studiosi esultano, “Joyce è finalmente libero dal suo Darth Vader”. Stephen intese l’eredità come una minaccia. Voleva restaurare l’identità marmorea del nonno, la sua vita spesa e vilipesa in esilio. “Gli accademici non servono a nulla, sono dei parassiti, vogliono solo fare affari sui fatti privati di mio nonno”, diceva. Era convinto che “ciascuno può leggere Joyce così com’è, senza apparati”.

D’altronde, il suo nome, Stephen, ha in sé il mostro e il labirinto, è estratto da Stephen Dedalus, la creatura speculare di Joyce. Forse Stephen, per tutta la vita, si è sentito un personaggio evocato da Joyce, sorto dalla sua labirintica immaginazione.

I genitori di Stephen si separarono che lui aveva sei anni – fino alla morte di JJ visse a Zurigo in stretta intimità con il nonno. Joyce gli raccontava delle favole, inventate lì per lì, gli comprava i giochi, lo portava a passeggiare. Come sempre, eredità è difendere la propria infanzia, tutelare il mito da chi lo indaga a colpi di bisturi, sfregiandone lo sguardo. Viveva a Isola di Ré, nell’Atlantico, in Francia, di fronte a La Rochelle, Stephen. “Se pensa a qualcuno in grado di lottare all’infinito per quello in cui crede, beh, eccomi”, diceva. È morto in gennaio, come il nonno. (www.pangea.news)

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