Modi di dire a Trieste

Trieste, città dalle mille sfaccettature, che ha subito l’influenza di chiunque approdasse nel nostro territorio, è famosa anche per lo stile di vita e i modi di dire unici al mondo

Vediamo insieme quelli più usati, nel passato e nel presente:

La vita che voio xe a Barcola su un scoio
(la vita che voglio è a Barcola su uno scoglio) è un’espressione tipica del popolo barcolano, i bagnanti abituè del litorale triestino per antonomasia. Gente di tutte le età colonizzano tutti i giorni estivi e non solo gli scogli che fungono da frangiflutti, prendendo il sole in tutta scomodità; ma vuoi mettere il senso di libertà?

Te ga el cinciut
(hai il “cinciut”) si dice a chi assume dei comportamenti insoliti, esagerati, a volte violenti, subito dopo il risveglio; manifestazioni anomale senza apparente motivo, ma chiaro sintomo di un sonno disturbato. Il significato nel tempo si è allargato anche a chi sta improvvisamente sopra le righe, in forma negativa. L’origine del termine cinciut pare che venga dal friulano o meglio dal carnico Cjalciut, un foletto maligno che pesa sullo stomaco mentre si dorme.

Bater broche
Per i non-triestini: “bater broche” non si può tradurre letteralmente con “punire recipienti”. Approfondimento: Bater=battere – Broche=chiodi. Significa battere i denti dal freddo.

Cagà sui riboti
Riboti=parte posteriore della scarpa, il tallone. Praticamente vuol dire “farsela addosso”, specie a causa della paura ma anche per esser messi male, molto male.

Sburtar radicio
Letteralmente “spingere radicchio” ma ovviamente è figurato; si intende di chi, essendo sotto terra – quindi morto – si trova nella condizione di trovarsi sotto le coltivazioni di radicchio

Tirar crachi
Non, non vuol dire lanciare gli chef stellati. Crachi in triestino significa “zampe delle rane”, dallo sloveno “kraki”. Ha lo stesso significato della frase precedente: morire. Perché “tirare le zampe” significa morire? Molto probabilmente perché le zampe posteriori delle rane morte risultano allungate, quindi come fossero tirate.

De tuto la vendeva fora che’l bacalà
Frase estrapolata dalla celebre canzone “la mula de Parenzo”, dove si allude a una donna che fa mercimonio del proprio corpo. “vendeva tutto tranne il baccalà”, appunto.

Te vien le rane in panza
Le rane vengono spesso usate nei modi di dire triestini, e in questo caso si vuole lanciare un monito a chi beve troppa acqua. Se bevi infatti troppa acqua, ti crescono le rane in pancia. Meglio il vino.

Butar sardoni
Questa è davvero poco intuitiva. Letteralmente “lanciare alici”, il significato è completamente diverso. Si dice di chi lancia delle pesanti “avanches” nei confronti di un’altra persona. È un termine unisex, forse un po’ desueto. L’origine potrebbe arrivare dalle antiche tecniche di conquista dei pescatori, quando in cambio di qualche pesce offerto alle ragazze, speravano di ricevere pronta gratitudine.

Te dago biava – o te impinisso de biava
La biava sarebbe “biada” cioè il foraggio che si dà ai cavalli, ma significa anche frustare i cavalli. Nel parlato popolare triestino si può tradurre con “ti dò una scarica di legnate” o “ti pesto a dovere”

El ga el slaif tirado
Slaif in triestino significa “freno”, termine che deriva dal tedesco “schleifen”. “El ga el slaif tirado” si dice a chi procede lentamente, oppure non si impegna sufficientemente.

Vaca s’cenza
Esclamazione o meglio imprecazione tipica dei falegnami, dove s’cenza significa scheggia di legno, che si conficca nella pelle del malcapitato. L’esclamazione è paragonabile quindi a un “porca vacca”, detta quando accade qualcosa di spiacevole, in modo repentino.


Rimanete sintonizzati, altri modi di dire verranno aggiunti in futuro su questa pagina!

vaca s'cenza

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