Mostra personale Patrizia Delbello Sala Comunale d’Arte Trieste

 

Patrizia Delbello

SGUARDO DI DONNA

Mercoledì 6 febbraio 2019 alle ore 18 nella Sala Comunale d’Arte, piazza Unità, 4 avrà luogo l’inaugurazione della mostra. Prolusione di Gabriella Pison

La mostra rimarrà aperta sino al 25 febbraio 2019 con orario feriale e festivo: 10-13 / 17-20

“Tutto ciò che passa non è che un simbolo, imperfetto qui si completa, l’ineffabile e l’eterno femminino ci attira in alto accanto a sé”: se Goethe ha coniato questo termine — eterno femminino — nell’ultimo atto del Faust, Patrizia Delbello ne ha enfatizzato la valenza trasferendo nelle sue creazioni artistiche il femminile nella sua antica concezione sacrale, simbolo di un potere salvifico, mistico e spirituale e che ha da sempre ispirato gli artisti. (…)
L’universo femminile è scandito in “Sguardo di donna” in una moltitudine di aspetti che finemente intrinsecati ne esprimono l’interiorità, in una visione caleidoscopica che va al di là di ogni retorica,  con vibrazioni invisibili che penetrano nel profondo, caratterizzando ogni raffigurazione di una dimensione fortemente evocativa, quella dell’essere che ama per antonomasia. (…)
Potente archetipo che la Delbello con il suo linguaggio artistico riesce ad evocare, un territorio magico su cui sembra aver soffiato memorie ed esperienze come quanti di vita; le sue tele, le sue installazioni e i suoi assemblaggi vibranti di emozioni, sembrano condurci fuori dal tempo, dandoci così l’opportunità di riflettere, di guardare e di vedere forse con un nuovo sguardo. (…)
E parafrasando Matisse che diceva”Ci sono fiori dappertutto per chi è capace di vederli”, chi sa  percepire.sentirà nelle “creature” di Patrizia un’esplosione di energia vitale che ci parla della sua attitudine al bello e all’empatia.Alchimista sognatrice, capace di trasformare oggetti semplici e poveri in materiali di preziosa valenza artistica, la sua arte trova nell’assemblaggio di diverse tecniche e materiali la sintesi per la propria estetica, fondata sulla mutevole percezione sensoriale, senza peraltro voler dar loro — come lei stessa mi dice — un inquadramento meramente formale. Pur rispondendo all’unica corrente libera e fluente del suo pensiero, nel suo fare si ravvisa un linguaggio ascrivibile al New Dada e all’Arte Povera, e il costante uso dello “spaesamento”, procedura esecutiva che parte da un oggetto con il suo significato abituale e che, cogliendone una verità ulteriore, lo fa fuoriuscire
dalla sua identità, lo decontestualizza, rendendolo irriconoscibile in base alla sua funzione usuale: una sorta di smarrimento, che conduce l’osservatore ad una nuova consapevolezza dell’alterità misteriosa del mondo. La sua arte è profonda, impregnata di vissuto e di memoria: c’è una precisa volontà compositiva, gli oggetti vengono congiunti come le parole di un epigramma e vanno a creare un preciso effetto, in una poesia della materia di cui è oramai padrona del linguaggio spontaneamente innovativo, con una tecnica la più varia possibile. Scardinando e manomettendo l’ontologia delle cose, il suo gioco artistico qui è proprio questo: sguardi che non esistono, eppure li sentiamo penetranti  sulla pelle, angeli del focolare lontani nel tempo e nello spazio da aver presumibilmente perso qualsiasi significato ma immanenti e cogenti nella nostra mente oggi. Un mondo che apparentemente è
immaginario: invece si tratta di un cammino coerente e lucidissimo, di conoscenza, che non solo chiarisce il suo impegno creativo, ma che ci vuole dimostrare che la realtà ha tante sfumature, tanti sguardi e che la dimensione spirituale della donna è fatta di tante cose, di tanti pezzetti spiaggiati, come di trine di pizzo e giarrettiere audaci, del carico dei suoi anni e di esperienze difficili, di archetipi e di essenze immutabili. Facendoci entrare nel vivo delle sue creazioni, ci suggerisce di non fermarci all’apparenza ma di appropriarci della nostra parte più autentica, spesso sopita, anestetizzata, quella ricca di mistero e talento, empatica, resiliente. Quella che nasce nel nostro cuore e che si eleva altissima, oltre il nostro orizzonte interiore ed anela al cielo.

Gabriella Pison

Vi sono delle donne che, se io fossi un uomo, mi farebbero paura.
Ve ne sono poi, tantissime altre, che emanano dolcezza e gioia di vivere, che ti fanno immaginare giardini profumati, amici che ridono e mangiano assieme assaporando le piccole gioie a portata di mano, persone che insieme a queste donne possono anche essere tristi ma non sole. Vi sono donne che emanano forza, energia, e che forse non saranno mai tenere e dolci, se non con i bambini e gli animali, ma che sapranno sempre “esserci”, anche nei momenti più bui; e donne fragili che non riescono a vedere la cattiveria negli altri, anche percependola, non riescono a combatterla perché sovrastate da essa e imprigionate da mille dubbi e domande. Donne che cucinano con amore, per affascinare e fare un dono agli altri, e donne che si gettano in battaglie civili sacrificando tutto, se stesse per prime, rincorrendo il sogno di un mondo migliore, donne che si regalano ogni giorno a chi ha bisogno e non ce fa, donne che vivono il quotidiano con morbida resilienza nel loro ambiente consueto e donne che entrano in sintonia con mondi diversi. Tante donne diverse, forti del dono che hanno, l’empatia, che traspare sempre nel loro

Sguardo di donna

La mostra intende essere un piccolo accento sull’universo femminile, sulla preziosità della sua essenza più bella, la forza sua presenza nel mondo di oggi unita alla dolcezza antica dell’eterno femminino, la resilienza di genere espressa in un so, che rivela resistenza nascosta dei sogni di sempre. (PD)

patriziadelbello@hotmail.it

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