A Trieste gli scatti del sisma tra Arquata del Tronto, Amatrice e Accumuli

Cameli terremoto Amatrice

Porta a Trieste gli scatti del sisma tra Arquata del Tronto, Amatrice, Accumuli e i paesi vicini, il fotografo sambenedettese Luca Cameli nella mostra “Reportage post sisma 2016 (zone rosse) Centro Italia”, che rientra nel calendario della manifestazione “Le vie delle foto”. L’esposizione è allestita da Cremcaffè in piazza Goldoni fino al 30 aprile.
“Esattamente il 26 agosto, 2 giorni dopo la scossa che causò circa 300 vittime, ho conosciuto in quel di Arquata del Tronto il giornalista di cronaca Mediaset Remo Croci. Lui è rimasto piacevolmente colpito dal mio modo di fotografare – racconta Cameli – riservato e rispettoso nei confronti delle persone che hanno perso tutto o quasi. Così è nata una collaborazione per il suo instantbook 3:36 – La Scossa Assassina, utilizzato per una raccolta fondi per l’associazione Omnibus Omnes di Arquata del Tronto. In questo modo è iniziato il mio viaggio nel cratere sismico a più riprese perché ancora oggi il “mostro” non vuole andar via”.

Cameli fotografo

Il fotografo racconta con emozione il progetto che ha curato passo dopo passo con grande attenzione. “Un viaggio pieno di emozioni di vari tipi, dalla tristezza e angoscia mentre perlustravo e fotografavo le zone rosse al coraggio che mi trasmettevano i cari e veri eroi, i vigili del fuoco, e le persone, gli angeli, che sono sopravvissuti con i loro racconti e la loro voglia di continuare. Ho camminato sopra un metro e mezzo di macerie dove una volta c’era il corso di Amatrice, sono entrato nelle zone rosse di Arquata del Tronto, Trisungo, Spelonga, Montegallo, Illica, Accumoli, Muccia, Visso e, appunto, Amatrice. In tutte queste località c’era un unico comune denominatore: sembrava uno scenario che era paragonabile a quello di un bombardamento di guerra. Spaventoso il contrasto del caos e del rumore che c’era nei primi 30/40 giorni circa con il silenzio assordante che è seguito, una volta terminato il ritrovamento delle vittime”. Sensazioni che ha portato nelle sue fotografie, che immortalato spaccati di vita cancellati. “Ogni sera che tornavo verso casa, mentre ero alla guida, saliva un brivido sulla schiena per quello che avevo visto e per i racconti dei superstiti.

Riprovavo, tutte insieme, le emozioni sulle quali, durante le riprese, non avevo avuto tempo di soffermarmi. Abbiamo attraversato zone rosse, dove quelle case, o meglio pezzi di case, potevano crollare definitivamente da un momento all’altro. A volte dovevamo correre. Il terreno ogni tanto tremava, anche durante le riprese e perlustrazioni, ma bisognava andar avanti perché io come tanti altri fotografi e operatori avevamo il dovere di raccontare e mostrare qual era la reale situazione. Se avevano la forza di andare avanti i sopravvissuti, dovevamo averla anche noi, anche solo per rispetto nei loro confronti. Perché ho voluto immortalare questo dramma? Per non dimenticare. Tendiamo a dimenticare troppo facilmente e non è giusto. Per noi stessi, per la nostra storia, per le persone morte, per chi ha perso tutto”.

Micol Brusaferro

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