Don Giovanni di Mozart ha aperto la Stagione 2015-2016 del Verdi di Trieste

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di Maria Luisa Runti

Festosa inaugurazione di stagione il 30 ottobre us al Teatro Verdi di Trieste con il nuovo allestimento del “Don Giovanni” di Mozart diretto da Gianluigi Gelmetti. Teatro pieno ed accoglienza calorosa per direttore ed interpreti (peccato che nella seconda parte qualcuno fra palchi e gallerie se ne sia andato). Don Giovanni (Il dissoluto punito ossia il Don Giovanni, “Catalogo Köchel”K 527) è la seconda delle tre opere italiane che il compositore austriaco scrisse su libretto di Lorenzo Da Ponte, commissionatagli dall’imperatore Giuseppe II d’Asburgo-Lorena. L’opera andò in scena per la prima volta a Praga il 29 ottobre 1787. Dopo il grande successo praghese venne rappresentata, nel maggio dell’anno successivo, a Vienna al Burgtheater”Burgtheater. Il pubblico viennese, piuttosto conservatore, non avrebbe probabilmente accettato volentieri l’opera nella sua versione originaria, perciò Mozart vi eseguì non pochi tagli e considerevoli modifiche. Quello principale riguardò il finale del secondo atto, dove venne tolta la scena 20, in cui tutti i personaggi si ritrovano a commentare la fine di Don Giovanni, con il concertato finale in re maggiore che contiene la morale conclusiva.
La serata triestina ha visto l’esecuzione della versione Viennese (che include l’aria di Don Ottavio “Dalla sua pace” e, per Donna Elvira, il Recitativo accompagnato “In quali eccessi, o Numi” seguito dall’aria “Mi tradì quell’alma ingrata”).

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Gianluigi Gelmetti ha diretto l’Orchestra della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi con la consueta attenzione alla partitura. L’Ouverture iniziale (Andante con moto – Allegro) ha visto grande trasporto ed impeto interpretativo mentre nel proseguio, a volte, è mancata un po’ di vitalità e non sempre si è riusciti a percepire bene l’equilibrio fra buca e palcoscenico. Grande cura dei colori in un clima riflessivo interiorizzato e, a tratti, quasi mistico. Fraseggio ritmico e timbrico sottolineano le molteplici e complesse atmosfere dell’opera. Una lettura di livello, improntata a calibrati contrasti chiaroscurali e sonorità armoniche. Buono il coro, diretto da Alberto Macrì.

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Nicola Ulivieri è stato un Don Giovanni convincente. Vocalità sempre ben timbrata, di ampio registro, con coloriture e toni di vibrata intensità, difettando a volte un po’ nel volume. Attorialmente accattivante ha ben reso le difficili sfaccettature psicologiche del personaggio. Carlo Lepore, nel ruolo di Leporello, ha tratteggiato il personaggio in modo incisivo e misurato negli accenti nei momenti più drammatici. La sua voce calda e rotonda riesce a dare peso e corpo alle note ma è anche in grado di ben eseguire i piani. Tessitura tecnica, eleganza vocale, frasi tenute e buon fraseggio hanno contraddistinto il suo personaggio che hanno visto l’apice nell’ Aria “Madamina, il catalogo è questo “ con attenta introspezione interpretativa. Raquel Lojendio, Donna Anna,  ha controllato con misura la voce, esprimendo coloriture e drammaticità con buona tecnica. Bene i recitativi ed il pathos interpretativo.

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Raffaella Lupinacci, Donna Elvira, non sempre è riuscita a coniugare coloriture, lirismo e volume. Bella la sua esecuzione dell’aria “Mi tradì quell’alma ingrata!”. Diletta Rizzo Marin è stata una convincente, brava e brillante Zerlina. Voce morbida e ben calibrata, timbro armonico con buone coloriture. Apprezzabile il Don Ottavio di Luis Gomes, la cui voce giunge abbastanza bene al pubblico, anche se l’interpretazione non è di certo delle più passionali, con una recitazione anonima ed un fraseggio piatto e poco incisivo. Discreti, senza entusiasmare, il Masetto di Gianpiero Ruggeri  e di Andrea Comelli nel ruolo del Commendatore. La regia di  Allex Aguilera presenta un allestimento tradizionale senza infamia e senza lode, alquanto superficiale, statico e piatto, senza approfondire appieno le complesse sfaccettature dei personaggi, Prettamente di maniera ed alquanto anonimi i costumi di  William Orlandi. Non convincono affatto le scenografie di Philippine Ordinaire. Pesanti, opprimenti, pressoché monocrome (mi hanno ricordato il cortile della “Risiera” di Trieste). Scialbo l’impianto luci di Claudio Schmid. Applausi, anche a scena aperta, e ripetute chiamate alla ribalta hanno coronato il successo della serata.
Si replica sino all’8 novembre.

MARIA LUISA RUNTI
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