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Storia di Trieste


 
Articoli:
 
Dalla Preistoria al Medioevo


La Bora


La leggenda delle Porte di Ferro


L'alabarda simbolo di Trieste


Censimento austriaco 1890


La città del muro


Quando una tociada nature costava una scuriada


La leggenda di Madonna Bora


La storia dell'Ospedale Maggiore


I Topolini



Dalla Preistoria al Medioevo



La città di Trieste- e il suo retroterra del carso triestino - divenne sede stabile dell'uomo già nel III millennio AC con i Carni, tribù indoeuropea da cui viene probabilmente il nome Carso. Successivamente arrivarono gl'Istri, popolazione illirica, che con la costruzione dei castellieri divenne la civiltà principale fino all'insediamento del Paleoveneti nel 2000 a.C. Nel II secolo AC diviene municipio romano con il nome di Tergeste. Essa prosperò sotto la dominazione romana e dopo la caduta dell'impero d'Occidente fu prevalentemente colonia militare bizantina, fino al 788, quando divenne dominio dei franchi, dai quali i vescovi ebbero l'autorità temporale che esercitarono fino all'affermarsi del comune verso la fine del XII secolo.





Trieste e gli Asburgo



Nel XII secolo Trieste divenne un comune libero, ma dopo un paio di secoli di guerre con la rivale Venezia, Trieste si pose sotto la protezione del Duca d'Austria (1382) conservando però una certa autonomia fino al XVII secolo.
Nel 1719 Carlo VI d'Austria dichiarò Trieste porto franco ed il governo dell'Impero Austriaco investì migliaia di fiorini per la città e dopo la morte dell'imperatore (nel 1740) salì al trono la giovane Maria Teresa d'Asburgo che grazie ad una attenta politica economica permise a Trieste di diventare uno dei principali porti europei.
Trieste venne occupata per tre volte dalle truppe di Napoleone, nel 1797, nel 1805 e nel 1809, quando fu annessa alle Province Illiriche; in questi brevi periodi Trieste perde definitivamente l'antica autonomia e viene sospeso lo stato di porto franco.
Ritornata agli Asburgo nel 1813 la città cresce, anche grazie all'apertura della ferrovia con Vienna nel 1857, e diviene capoluogo della regione del Litorale Adriatico (il Küstenland) nel 1867. Trieste così divenne la terza città dell'Impero Austro-Ungarico.

Le lingue sotto la dominazione asburgica

Fino al principio del XIX secolo a Trieste si parlava il tergestino, un dialetto di tipo retoromanzo molto vicino al friulano, che fu gradualmente sostituito da altri idiomi, portati da numerosi immigranti, come l'italiano, il veneto, il tedesco e lo sloveno portato dagli abitanti del Carso e di altre regioni limitrofe già dal XIII secolo.
Comunque, grazie al suo stato privilegiato di unico porto commerciale di una certa importanza dell'Austria, Trieste mantenne sempre in primo piano nei secoli i legami culturali e linguistici con l'Italia. Infatti, nonostante la lingua ufficiale della burocrazia fosse il tedesco, l'italiano (o meglio un suo dialetto) era la lingua più parlata dagli abitanti e usata nel consiglio comunale: lo storico Pietro Kandler riporta, nella sua Storia di Trieste, che:
« A Trieste la nobilta' parla il Tedesco, il popolo l'Italiano, il contado lo Sloveno »



Secondo il censimento austriaco del 1910 (dopo una revisione), su un totale di 229.510 abitanti di Trieste, si ebbe la seguente ripartizione:
* 118.959 (51,8%) parlavano italiano
* 56.916 (24,8%) parlavano sloveno
* 11.856 (5,2%) parlavano tedesco
* 2.403 (1,0%) parlavano croato o serbo
* 779 (0,3%) parlavano altre lingue
* 38.597 (16,8%) erano cittadini stranieri a cui non era stato chiesta la lingua madre, tra i quali:
o 29.639 (12,9%) erano cittadini italiani
o 3.773 (1,6%) erano cittadini magiari.

Il passaggio all'Italia

Trieste fu, assieme a Trento, influenzata dall'irredentismo, movimento che puntava alla annessione all'Italia di tutte quelle terre abitate da secoli da popolazioni di cultura italiana (o italica) ma che ancora non facevano parte dell'Italia d'allora (terre "irredente" appunto).
Nel 1920 Trieste venne annessa all'Italia insieme al resto della Venezia Giulia. L'annessione determinò la perdita di importanza della città stessa che si ritrovò ad essere città di confine, senza un vero e proprio hinterland (quello occidentale è tutt'ora divenuto parte della provincia di Gorizia).
Trieste, come città di confine, ha fatto i conti con i movimenti nazionalistici che erano molto forti nella zona e si accentuarono soprattutto nel periodo fascista. L'obiettivo, come era successo in molti altri stati, era quello di nazionalizzare e centralizzare per cui le minoranze etniche erano sottoposte a misure di assimilazione. A Trieste ne fece le spese anche la minoranza slovena.
Il 13 luglio 1920 si verificò un efferato incidente di stampo anti-slavo, famoso nella memoria storica degli sloveni come "il rogo del Narodni dom", la "Casa del popolo" slovena incendiata nel corso di proteste anti-jugoslave, svoltesi a Trieste in seguito a uno scontro tra soldati italiani e la popolazione civile croata, avvenuta a Spalato in (Dalmazia), durante la quale persero la vita due militari italiani. Con l'avvento del fascismo la politica snazionalizzatrice si rafforzò: furono sciolte tutte le organizzazioni slovene, fu proibito l'uso pubblico della lingua slovena (anche nelle chiese) e italianizzati i cognomi (e in molti casi anche i nomi) di origine slava. Moltissimi intelettuali e liberi professionisti sloveni emigrarono da Trieste e trovarono asilo politico nella vicina Jugoslavia, dove molti ricoprirono funzioni di spicco nella cultura, economia e vita politica slovena. Alla politica snazionalizzatrice del regime, gli sloveni risposero dapprima con atti di resistenza passiva; dalla fine degli anni venti in poi si verificarono, ad intermittenza, atti di violenza contro gli esponenti del regime fascista (e, in alcuni casi, contro membri delle forze dell'ordine) da parte di organizzazioni sovversive e irredentiste slovene (Borba e TIGR).
Il 6 settembre 1930 furono fucilati, nel campo di Basovizza (slov. Bazovska gmajna), quattro antifascisti sloveni, condannati nello stesso anno dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato come responsabili di numerose azioni violente (alcune con vittime civili e militari) avvenuti a Trieste e dintorni. Nel decennio che precedette la seconda guerra mondiale, altri quattro combattenti fucilati (membri del TIGR Ferdo Bidovec, Fran Marušič, Zvonimir Miloš e Alojzij Valenčič) divennero un simbolo dell'antifascismo sloveno con il nome di "martiri di Basovizza" (slov. bazoviške žrtve).

Occupazione tedesca

Dopo l'armistizio di Cassibile, avvenuto il 1943, Trieste ritornò capoluogo del territorio storico, zona d'Operazione del Litorale Adriatico, che comprendeva le province di Trieste, Gorizia e Lubiana con a capo il gauleiter austriaco Friedrich Rainer.
Durante l'occupazione nazista di Trieste la Risiera di San Sabba, stabilimento per la pilatura del riso edificato nel 1913, venne usato dai Tedeschi come campo di prigionia e di smistamento per i deportati in Germania e Polonia e come campo di detenzione di partigiani, detenuti politici ed ebrei. Fu l'unico campo di sterminio in Italia con forno crematorio, messo in funzione il 4 aprile 1944. Nello stesso tempo si intensificò nel entroterra giuliano (in particolar modo nelle zone montuose del Goriziano, ma anche sul Carso triestino e in Istria) il movimento partigiano jugoslavo che operava in modo da destabilizzare il governo nazi-fascista. Al clima di incertezza e repressione si aggiungevano i bombardamenti statunitensi e britannici che diventavano massicci e incessanti devastando la città per un lungo periodo.
Il ribaltamento delle vicende belliche provocò la conquista di molte terre da parte dell'esercito jugoslavo comandato da Josip Broz Tito. La politica di nazionalizzazione ora capovolse i ruoli: l'uccisione di diverse migliaia di persone (perlopiù italiani, ma anche sloveni e croati ostili al nuovo regime comunista) erano mirate ad eliminare nemici politici scomodi alla politica jugoslava e a ridurre le resistenze italiane.
Così come in molte altre parti dell'Europa centro-orientale, si dovette assistere allo sfollamento e trasferimento delle popolazioni: specialmente dopo la fine della guerra, un grande numero d'italiani dovette abbandonare le terre conquistate dagli jugoslavi (secondo le stime dai 200.000 ai 350.000 furono i coinvolti nel cosiddetto esodo istriano-dalmata). Chi decideva di rimanere non aveva rosee prospettive, soprattutto nei primi anni del Dopoguerra, anche perché diverse migliaia persero la vita nei massacri delle foibe. Molti esuli (30.000-70.000) si stabilirono a Trieste o nei suoi dintorni.
Con la fine della Guerra alla Jugoslavia vennero riconosciute la Dalmazia, l'Istria e gran parte della Venezia Giulia, zone abitate da molti italiani, che erano la maggioranza della popolazione soprattutto nelle grandi città e sulle zone costiere-insulari. Su Trieste, invece, si ebbe un lungo periodo di attesa prima che ne fosse definita l'appartenenza.

Occupazione iugoslava

Il 30 aprile 1945 il CLN di Trieste, comandato dal colonnello Antonio Fonda Savio, liberò una buona parte della città dai nazisti ma poche ore dopo Trieste venne occupata dal IX Corpus comandato da Josip Broz Tito.
Tra l'1 maggio e 12 giugno vi fu il massimo picco dei massacri delle foibe, sulle quali ancora oggi, a 60 anni di distanza, rimane aperto il dibattito tra gli storici sul numero esatto delle vittime e sul motivo storico della strage.
La città di Trieste fu occupata dagli iugoslavi il 1° maggio 1945 alle ore 6 antimeridiane, con l'ingresso delle avanguardie composte da alcune migliaia di partigiani di Tito, affiancati da alcune truppe del IX Corpus e da cinque carri armati. Le truppe iugoslave regolari affluirono in seguito e si stanziarono nella città. Iniziarono così i 43 giorni di occupazione iugoslava a Trieste: questa fu vista come liberatrice da gran parte della comunità slovena della città, mentre restò impressa come un periodo di oppressione sanguinaria nella memoria storica della maggioranza italiana. Difatti il 5 maggio si scatenò una sommossa italiana con 5 caduti.
Nonostante la maggioranza delle truppe tedesche (che ovviamente non si erano ritirate) fossero state disarmate dai partigiani del CLN triestino durante l'insurrezione del 30 aprile e buona parte della città fosse sotto il controllo del Corpo volontari della libertà (CVL), il 1° maggio in città resistevano ancora alcuni residui reparti di soldati tedeschi. Dei 56 centri di resistenza tedesca efficienti al sorgere del 30 aprile, restavano ancora in possesso del Maggior Generale Linkebach (dal 23 Comandante di tutte le forze tedesche dislocate in Trieste) un esiguo numero di basi munitissime, tra cui la Villa Geiringer, sede del Comando generale, il Castello di San Giusto, il Palazzo di Giustizia, la stazione Centrale e il porto.
Agli assalti contro i tedeschi avevano partecipato, con il CLN, le Guardie di Finanza e numerosi elementi della Guardia Civica già organizzata clandestinamente dal Comitato, mentre nei rioni popolari e nelle zone periferiche erano intervenuti pure gruppi di comunisti. Agli scontri violenti che si susseguirono nelle zone centrali, non parteciparono gruppi controllati dal movimento sloveno che, invece, erano attivi nei rioni periferici e in Carso.
Il congiungimento tra gli insorti italiani e le avanguardie della IV Armata jugoslava avviene al centro cittadino verso le 9.30. Un reparto avanzato, agli ordini del Tenente Božo Mandac della XIX Divisione d’assalto, appoggiato da carri armati leggeri, si attesta presso i Portici di Chiozza. Dopo uno scambio di formalità tra Ercole Miani e altri rappresentanti del Comitato, l’ufficiale comunica che il suo compito è quello di attaccare i capisaldi tedeschi. In linea di massima, fino alle ore 12.00 del 1° maggio, il comportamento delle truppe jugoslave regolari si mantiene normale. Successivamente, per il sopravvenire di elementi faziosi, si profila un cambiamento radicale della situazione, contrassegnato dall’accanirsi di sentimenti ostili e discussioni tra jugoslavi e CVL. Così si verificano, di fronte alle pretese jugoslave della consegna delle armi da parte dei partigiani italiani, alcuni scontri a fuoco tra jugoslavi e italiani. A Roiano, a Rozzol e in altri punti della città ci scappano morti e feriti. Verso le prime ore del pomeriggio del 2 maggio, arrivano a Trieste le avanguardie dei reparti corazzati neozelandesi. Con il loro arrivo , gli ultimi presidi tedeschi ancora resistenti in città decidono di sospendere il fuoco e si arrendono agli neozelandesi. In precedenza gli ultimi presidi tedeschi si erano rifiutati di arrendersi alle forze iugoslave e cercato di trascinare a lungo le trattative, in attesa proprio dell’arrivo degli alleati.

Occupazione alleata



Quindi, il 2 maggio 1945 giunsero gli Alleati (neozelandesi e britannici), anche se la città rimase sotto controllo jugoslavo fino al 12 giugno.
Al quinto giorno di occupazione jugoslava, cinque persone furono uccise dalle truppe titoiste, che aprirono il fuoco su una dimostrazione di piazza in favore del ritorno di Trieste all'Italia.
La situazione che si era venuta a creare non soddisfaceva gli anglo-americani ed il generale Harold Alexander, su indicazione di Winston Churchill, riuscì dopo la firma dell'accordo di Belgrado del 9 giugno 1945 sui nuovi confini, la linea Morgan, ad ottenere il 12 giugno la smobilitazione dell'Armata Popolare di Liberazione della Jugoslavia ed il passaggio della città ad un "Governo militare alleato". Il periodo di governo jugoslavo aveva già procurato migliaia di infoibati.
Il territorio triestino, conteso dagli occupanti, entrò a far parte nel 1947, sotto l'egida dell'ONU, del Territorio libero di Trieste, diviso in due zone d'occupazione: la Zona A occupata dagli alleati e la Zona B occupata dagli iugoslavi. Solo il 5 ottobre 1954 il problema venne risolto, spartendo il Territorio Libero di Trieste secondo le due zone già assegnate (con la Jugoslavia che riuscì a modificare leggermente la linea di spartizione tra le due zone a suo vantaggio, annettendo alcuni villaggi del comune di Muggia, abitati in maggioranza da sloveni, ed arrivando così sino ai monti che sovrastano la periferie meridionali della città.)
In tal modo Trieste dovette rinunciare a una provincia sufficientemente estesa quindi si ritrovò stretta in un lembo di terra che ne ridusse le potenzialità economiche. Fu deciso il mantenimento di un porto franco a Trieste e fu imposta la tutela delle minoranze etniche residenti nelle due zone. La polemica storica e politica fu rivolta in particolare contro il Partito Comunista Italiano che, secondo vari storici, ebbe un atteggiamento servile verso Josip Broz Tito e Stalin.
Il passaggio dei poteri dall'amministrazione alleata a quella italiana avvenne il 26 ottobre 1954 e fu celebrato il 4 novembre 1954 con la visita a Trieste del presidente della repubblica italiana Luigi Einaudi: in quell'occasione Trieste fu decorata della medaglia d'oro al valor militare. Nella motivazione di tale medaglia si dichiara: Trieste sottoposta a durissima oppressione straniera, subiva con fierezza il martirio delle stragi e delle foibe.

Dal trattato di Osimo alla nuova Europa

Il 10 novembre 1975 fu firmato il trattato di Osimo da delegati italiani e iugoslavi per accordarsi definitivamente riguardo il confine nonché per garantire la tutela delle minoranze etniche da parte dei rispettivi governi. Tale trattato, che prevedeva una zona industriale a cavallo del confine, venne visto in modo negativo da molti triestini, provocando una profonda crisi del sistema politico triestino e alla fondazione della Lista per Trieste, la lista civica che divenne il prima forza politica alle elezioni amministrative del 1978. Nel 2004 con l'ingresso della Repubblica di Slovenia nell'Unione Europea è iniziata la fine dell'isolamento della città che verrà definitivamente meno nel 2008 con la caduta del confine grazie all'ingresso della Slovenia nell'accordo di Schengen. In tal modo Trieste riacquista un suo hinterland e vede le prospettive di una maggiore crescita economica. (wikipedia)
 


 
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LA BORA
 
Secondo un antico racconto Bora è una strega che abita nelle caverne del Carso per nascondersi alla vista degli uomini. Durante l'inverno, ahimè, esce furiosamente dal suo rifugio e, in compagnia del figlio Borino ,devasta ogni cosa con i suoi refoli violenti e gelidi. Invano gli uomini hanno tentato d'imprigionarla nel suo antro con muri di grosse pietre, ma ogni volta, e con impeto maggiore, prorompe fino al mare.
 
Legata ad altre tradizioni è la leggenda secondo la quale Bora era una dolce ninfa abitante dei boschi carsici. Soffiava durante l'estate per portare refrigerio agli uomini che lavoravano questa dura terra. Un giorno arrivarono da lontano degli uomini bellicosi che quivi costruirono le loro dimore.
Accadde che uno di essi uccise il Dio tanto amato da Bora, e la ninfa , per vendetta , si mise a soffiare gelida e con violenza inaudita. Così divenne nemica degli uomini e da allora ogni inverno ci fa sentire la sua fredda rabbia.
 
Dario


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La leggenda delle "Porte di Ferro"

L’Associazione di volontariato Il Capofonte, che opere da vari anni nella valorizzazione dell’area del Bosco di Capofonte, prosegue nelle sue molteplici attività anche nel corso dell’estate, approfondendo vari argomenti storici e naturalistici relativi all’area di San Giovanni.

Parlando con gli abitanti del rione nel corso delle ricerche effettuate, è stata spesso citata la leggenda delle “Porte di Ferro”, già ricordata da vari studiosi a partire dal XVI secolo. Questa leggenda riporta come tanto tempo fa, un impetuoso torrente sgorgasse dalle rocce proprio in posizione soprastante l’attuale rione di San Giovanni. Per evitare che le piene di tale torrente rovinassero i campi sottostanti, è stato deciso di ostruire l’imbocco della sorgente, costruendo una serie di tre porte di ferro, intervallate da “fortissime muraglie”.
Da allora detta scaturigine è stata sempre chiusa e, con il passare del tempo, completamente dimenticata. Di questa lontana vicenda è però rimasta traccia nei raccolti e nelle leggende tramandate dagli abitanti del posto ed ancora oggi c’è chi pensa che alle spalle del rione, fra le rocce del Carso, si trovi un ampio lago sotterraneo ricco d’acqua, forse direttamente alimentato dal corso ipogeo del fiume Timavo.
E’ da questo “serbatoio naturale” che dovrebbero trovare origine tutte le varie polle sorgive che caratterizzano questa parte di territorio.
Proprio basandosi su questa convinzione, i romani realizzarono il loro acquedotto che partiva da San Giovanni per alimentare la città di tergeste. Ma anche i tecnici che costruirono l’Acquedotto Teresiano, a metà del 1700, erano in qualche modo convinti che questa zona fosse comunque la più promettente fra quelle poste alla periferia della città. Bisogna ricordare, inoltre, che l’Amministrazione cittadina, alla fine del XVIII secolo, avviò molte ricerche proprio in quest’area, convinta che questi monti contenessero una grande quantità d’acqua nascosta nelle loro viscere.
Non è possibile sapere se i nostri antenati hanno veramente occluso, in un lontano passato, la grande sorgente per evitare che le piene improvvise potessero danneggiare le coltivazioni della valle, ma è certo che tutta l’area del rione di San Giovanni, ed in particolar modo quella adiacente al Bosco di Capofonte, è stata interessata da ingenti interventi antropici che hanno modificato il territorio. I nostri predecessori hanno pazientemente creato pastini, terrazzamenti, muri di contenimento, opere di regimazione delle acque superficiali, sentieri e vie di comunicazione.

da: www.ilcapofonte.it

micel


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Censimento austriaco del 1890"




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Alabarda, curiosità sul simbolo di Trieste



L’unica cosa certa è che l’alabarda di Trieste, la reliquia conservata nel tesoro della cattedrale di San Giusto, non è un’alabarda. Il resto è fitto mistero. In pochi lo sanno, ma possiede caratteristiche peculiari e per taluni aspetti misteriose. Lo hanno scoperto gli studiosi dei due Dipartimenti di Scienze chimiche e di Scienze geografiche e storiche dell’Università di Trieste, che hanno analizzato l’antico oggetto divenuto nel tempo simbolo della città.
Tanto per cominciare, secondo gli scienziati, il reperto non assomiglia neppure lontanamente a uno strumento d’offesa. La «vera» alabarda, infatti, è un'arma bianca a punta, tagliente da entrambi i lati, montata su un'asta e munita di una corta scure. L’emblema cittadino invece presenta un corpo centrale che - anziché essere lungo e acuminato - risulta più corto degli altri raffi e quindi non può essere utilizzato per l’affondo.
Sgomberato il campo da questo primo equivoco, ne restano in piedi molti altri, per lo più affastellati dal mito. E proprio nell’intento di scindere realtà da leggenda gli studiosi dell’Ateneo, col patrocinio della Diocesi di Trieste, si sono addentrati nell’identificazione delle origini del «Signum Sancti Sergii de Trigesto». Sì, perché l’alabarda, contrariamente alla comune opinione, non è dedicata a San Giusto, patrono della città, bensì al tribuno Sergio della XIII Legione Apollinare, che qui si convertì al cristianesimo. Scoperto, venne richiamato alla corte imperiale e congedandosi dai compagni di fede promise loro un segno per annunciarne la morte, che prevedeva imminente. Difatti, dopo la decapitazione a Rosapha in Siria, tradizione vuole che un’alabarda cadde dal cielo nel foro cittadino. Ebbene, attraverso particolari dispositivi, gli studiosi hanno esaminato il «Signum» approdando a una verità insospettabile: la reliquia è certamente più antica rispetto a quanto ipotizzato dagli storici e la sua fattura avrebbe origini indiane.
Tutto è iniziato dalla volontà di «smascherare» alcune delle leggende metropolitane più diffuse sull’alabarda, ad esempio il fatto che sia stata prodotta con materiale meteoritico. «Il primo mistero del Signum - ha spiegato la ricercatrice triestina Mirta Sibilia, 30 anni e laurea in Chimica - è che denota delle proprietà macroscopiche particolari: risulta fatta di ferro ma non presenta traccia di ruggine, nonostante la datazione antica del reperto. Dal ritrovamento di una moneta coniata dal vescovo Volrico De Portis sappiamo che la prima immagine dell’alabarda risale al periodo compreso tra il 1234 e il 1255. Ma stando alle analisi termografiche e ai raggi X noi supponiamo che il metallo sia stato prodotto almeno mille anni prima, più o meno attorno al periodo in cui visse il tribuno Sergio, martirizzato nel 313 dopo Cristo».
Oltre a possedere caratteristiche di inossidabilità e resistenza a operazioni di doratura e argentatura non presenti in manufatti occidentali medievali o antecedenti (cosa che l’accomuna a reperti orientali antichi, il più famoso dei quali è l’inossidabile colonna di ferro di Delhi, in India) l’alabarda è priva di saldature: «Verosimilmente - ha chiarito la ricercatrice - è stata quindi realizzata da un unico pezzo di ferro, poi sbrecciato e lavorato per martellature. Questo cosa significa? Che l’origine dell’alabarda non è occidentale. Tecniche così avanzate non erano infatti note nella cultura occidentale in quel periodo, bensì in quella orientale e in particolare in quella indiana. Questa circostanza, tra l’altro, spiegherebbe l’inossidabilità del Signum: tale scuola di produzione dei metalli arricchiva i manufatti di fosforo garantendo così una migliore fattura. Non è detto comunque che sia stata prodotta proprio in India, ma certamente è stata realizzata da una scuola in possesso di tali tecniche».
Arcano anche il simbolo dell’alabarda: «Intanto - ha aggiunto Sibilia - il Signum non ha le fattezze di un’arma poiché il corpo centrale è più corto e quindi non può essere usato per colpire. Somiglia più al pistillo di un giglio che alla punta di una lancia. Particolare non trascurabile: il ”signum”, tra le varie accezioni di significato, identificava il simbolo delle coorti delle diverse Legioni romane. E stando al mito Sergio, prima di essere santo, era un legionario».
Un’indagine effettuata in Medio Oriente dal gruppo di Chimica dell’ambiente e dei Beni culturali dell’Università ha dimostrato come simboli molto simili all’alabarda fossero presenti in Palestina nell’antichità e come il giglio di Galilea, la cui stilizzazione riconduce al «Signum» di San Sergio, fosse addirittura il simbolo del Tempio di Gerusalemme. Non solo: fonti bibliografiche accertano che fin da tempi precristiani la metallurgia del Medio Oriente ricorreva a pani di ferro speciale provenienti dall’India per la forgiatura d’armi di pregio, fornendo un’ulteriore supporto all’ipotesi dell’origine orientale della lancia.
Questo, dunque, quanto scoperto. Va detto che molto altro ancora potrebbe essere accertato, ma ci vorrebbero ulteriori fondi. Lo ha affermato il ricercatore Pierluigi Barbieri: «Stiamo cercando una sponsorizzazione per eseguire le analisi di superficie che permetterebbero di caratterizzare l’alabarda con metodi spettroscopici non invasivi». Cosa non semplice, vista la delicatezza del misterioso reperto.


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La città del muro



Trieste è famosa per essere la città del muro. Ma a differenza con quello di Berlino il nostro resiste ormai da molti anni e non ha nessuna intenzione di cadere, anzi... Naturalmente parliamo del muro dell'amato bagno alla Lanterna appena restaurato e riverniciato di fresco, e da pochi giorni partito verso una nuova e brillante stagione estiva dopo una affollatissima festa di inaugurazione ufficiale.
Certe cose possono succedere solo da noi, sembra, e la storia del muro divisorio fra uomini e donne, probabilmente unico resto in Europa di una tradizione in pretto stile asburgico, ha fatto il giro del mondo attraverso articoli sui giornali e interviste tv, fatto oggetto di ironici servizi dalla stessa rubrica nazionale ”Linea blu” ma, in fondo, motivo di orgoglio per noi triestini. Lo storico bagno resterà tale e quale anche se siamo nel Duemila, la vasta clientela che lo prende d'assedio fin dalle prime ore del mattino per accaparrarsi i posti migliori sul bagnasciuga o una sedia libera potrà dirsi soddisfatta. Perché ”el Pedocin” fu sempre il bagno popolare per eccellenza, malgrado il nomignolo non troppo benevolo appiccicatogli addosso (ma prima lo chiamavano ”ciodin” dato che il chiodo per i vestiti bisognava portarselo da casa).
Fin dall'800 la scogliera lungo il molo Santa Teresa (oggi Fratelli Bandiera) era il luogo preferito dalla povera gente per prendere il sole sulle rocce chiamate ”cape” (come i merletti sugli abiti delle signore). Poi nei primissimi anni del '900 in quella zona fu costruito lo stabilimento pubblico in legno con tanto di staccionata divisoria fra uomini e donne come allora si usava.
Le pene contro eventuali sconfinamenti fra le due zone erano assai severe ”per difendere la decenza” e vigevano divieti di ogni genere: non si potevano introdurre cani o cavalli (!), proibiti canti e schiamazzi, in caso di mare agitato il bagno veniva subito chiuso ecc.
Era anche vietato uscire dalla spiaggia pubblica; arrampicarsi sul molo teresiano o, peggio, passeggiarvisi sopra veniva punito con una multa o addirittura con l'arresto. Negli anni '30 le strutture in legno vennero sostituite col calcestruzzo e nacque così il famoso muro che divide a metà lo stabilimento estendendosi fin dentro il mare. Non c'è stato finora verso di abbatterlo e alla fine degli anni '80 quando fu indetto un referendum per decidere il suo destino, i cittadini all'unanimità scelsero di mantenerlo.
Vox populi... e da quel momento il bagno alla Lanterna è entrato nella storia. Non solo ma il celebre muro ha fatto il suo ingresso anche nel mondo del teatro ispirando due commedie. Insomma è proprio roba da Guinness dei primati!
Liliana Bamboschek(IL PICCOLO)


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Quando una tociada nature costava una scuriada



L’amore per la classica “tociada” ha sempre contraddistinto i triestini ancora prima che sorgessero i primi stabilimenti balneari. Di solito chi si concedeva un tuffo in mare nelle calde giornate estive, magari anche in zone proibite come le acque del porto, erano ragazzini oppure qualche marinaio. Lo attesta questo Avviso che risale al 7 giugno 1809, firmato dal Cavalier Ignazio de Capuano, Preside del Magistrato, e che, dati i tempi, prometteva severe punizioni a chi infrangesse il divieto di bagnarsi nelle acque davanti alla città magari, come poteva capitare, senza il debito costume. «Chiunque verrà trovato a nuotare nudo fra un Lazzaretto e l’altro sarà immancabilmente arrestato e punito, ed in quanto a’ Ragazzi, gastigati verranno anche con vergate».La zona incriminata era lo spazio fra il lazzaretto Vecchio, quello di S. Carlo (che sorgeva proprio dove oggi si trova il Museo del Mare) e il Nuovo di Maria Teresa nella zona di Roiano. Nelle aree esterne ai Lazzaretti era peraltro possibile prendere un bagno ed anzi questa attività, considerata salutare, veniva incoraggiata specialmente per i marinai che così potevano addestrarsi nel nuoto per cui alcuni tratti di spiaggia, specialmente a S. Andrea, erano delimitati da un palo che portava la scritta ”Luogo di pubblici bagni”. Ma nonostante ciò non mancavano gli abusivi e, anche in tempi successivi, quando il Canal Grande divenne il centro dei traffici e punto di arrivo dei velieri, si notavano i ragazzini di Città vecchia farsi qualche tuffo fra una barca e l’altra, rischiando di essere investiti da un veliero che trasportava angurie o scaricava ortaggi dalla Romagna e dalla Puglia. E allora venivano inseguiti dai gendarmi in qualche spettacolare guardie e ladri. Ma nei primi decenni dell’800 il porto cominciò a popolarsi di stabilimenti balneari destinati alla borghesia cittadina e il panorama era destinato a cambiare. Sì perché i primi bagni pubblici non sorsero lungo le spiagge ma sullo specchio di mare di fronte alla città, ancorati a zattere e fissati con ancore: erano i bagni galleggianti e Trieste fu una delle prime città in Italia a inaugurarne uno (era il 1824). Aveva un nome pretenzioso, “Il soglio di Nettuno”, ancorato davanti a piazza Giuseppina (oggi piazza Venezia) e raggiungibile in barca o su una passerella lungo la quale si incamminavano distinti signori ed eleganti dame in abito lungo. Nelle numerose cabine dotate di ogni comfort si poteva immergersi in acqua di mare riscaldata a piacere, nuotare in appositi spazi e soprattutto concedersi ore di relax nella ben fornita caffetteria. Visto il successo a poco a poco il nostro golfo si riempì di stabilimenti galleggianti, vere e proprie isole di divertimento estivo.
Liliana Bamboschek (IL PICCOLO)


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La leggenda di Madonna Bora
di Edda Vidiz Brezza


Molti, molti anni fa Vento, scorrazzando per il mondo con i suoi figli, tra cui Bora, la più bella e la più amata, capitò in un verdeggiante altipiano che scendeva ripido verso il mare.
Bora si allontanò dall’allegra brigata dei suoi fratelli, per correre a scombussolare tutte le nuvole che si trovavano in quell’angolo di cielo e a giocare con i rami dei quercioli e dei castagni, che si agitavano nervosi al suo passaggio.. Dopo un po’, stanca di correre di qua e di là senza alcuna meta, Bora entrò in una grotta, all’interno della quale, nel frattempo, aveva trovato rifugio da tutta quella buriana, l’umano eroe Tergesteo.
Tergesteo era così forte e così bello e così diverso dai suoi fratelli Venti, e da Mare e da Terra e da tutto quello che fino a quel momento Bora aveva visto e conosciuto, che di colpo se ne innamorò. E fu subito passione tempestosa, passione che Tergesteo ricambiò con eguale impeto: e i due vissero felici in quella grotta tre, cinque, sette splendidi giorni d’amore.
Quando Vento si accorse della scomparsa di Bora (ci volle un bel po’ di tempo perché i suoi figli erano tanti e molti di loro parecchio irrequieti) si mise a cercarla tutto infuriato. Cerca di qua, cerca di là, cerca che ti cerca - al vedere tanta furia tutti zittivano al suo passaggio - ma un cirro-nembo brontolone, irritato da tutto quel trambusto, gli rivelò il rifugio dei due amanti. Vento arrivò alla grotta, vide Bora abbracciata a Tergesteo, e la sua furia aumentò enormemente. Senza che la disperata Bora potesse in alcun modo fermarlo, si avventò contro l’umano, lo sollevò e lo scagliò contro le pareti della grotta, finché l’eroe restò immobile al suolo, privo di vita.
Vento, per nulla pentito del suo gesto, ordinò a Bora di ripartire, ma lei impietrita dal dolore non ne volle sapere. Bora piangeva disperatamente e ogni lacrima che sgorgava dal suo pianto diventava pietra e le pietre erano ormai talmente tante, da ricoprire tutto l’altipiano.
Allora Odino, che era un dio saggio, ordinò a Vento di lasciare Bora sul luogo che aveva visto nascere e morire il suo grande amore. Ma Bora ancora non smetteva il suo pianto.
E allora Natura, preoccupata per tutte quelle pietre che rischiavano di rovinarle irrimediabilmente il paesaggio, concesse a Bora di regnare sul luogo della sua disperazione. E Cielo, per non essere da meno le consentì di rivivere ogni anno i suoi tre, cinque, sette giorni di splendido amore. Allora, e solo allora, Bora smise il suo pianto.
Le storie dei grandi amori finiti male commuovono sempre e anche Terra sentì un piccolo nodo alla gola nel vedere la disperazione di Bora. E così dal sangue di Tergesteo fece nascere il Sommaco, che da allora inonda di rosso l’autunno carsico.
Anche Mare volle dare il suo contributo e diede ordine alle Onde di lambire il corpo del povero innamorato ricoprendolo di conchiglie, di stelle marine e di verdi alghe.
Così Tergesteo si elevò alto verso il cielo diventando più alto di tutte le alte colline che già coprivano quell’angolo di mondo. E i primi uomini giunti su queste terre si insediarono sulla sua collina e vi costruirono un Castelliere con le lacrime di Bora divenute pietre.
Con il passare del tempo il Castelliere divenne una città, che in ricordo di Tergesteo venne chiamata Tergeste, dove ancora oggi Bora regna sovrana, soffiandovi impetuosa: ”chiara” fra le braccia del suo amore “scura” nell’attesa di incontrarlo.



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