Inserito: 08.02.2010 14:06
Trieste “capitale” della salute mentale nel mondo, con il meeting internazionale “Trieste 2010: che cos’e’ ‘salute mentale’?” Promosso dal Dipartimento di Trieste, in programma da domani al 13 febbraio nel parco culturale di San Giovanni, fino al 1978 sede dell’ex Ospedale Psichiatrico, cuore pulsante della riforma Basaglia, oggi luogo di convivenze e multi appartenenze.
Fra gli appuntamenti del meeting spicca, nel pomeriggio di giovedì 11 febbraio al parco di San Giovanni (dalle ore 14 circa) “L'insano gesto”, a cura di Massimo Cirri, psicologo, da oltre dieci anni ideatore e conduttore di Caterpillar su Radio2 Rai: un incontro pubblico, ad armi pari, tra operatori dell’informazione e cittadini utenti dei servizi di salute mentale. «Succede che l’informazione faccia a volte delle vittime – sottolinea Massimo Cirri - Succede ai soggetti socialmente più deboli, che spesso rimangono “tritati” dai meccanismi di velocità ed immediatezza che regolano la corsa dei media. Succede che molto spesso le persone con un problema di salute mentale subiscano l'informazione. Vittime di linguaggi sminuenti (“psicolabile”), di approssimazioni, di persistenti pregiudizi: sulla pericolosità, a priori, di chiunque; sull'incurabilità di questa sofferenza; sul legame tra salute mentale e violenza. Succede che le vicende di alcuni vengano massificate nella generalizzazioni di tutti e che un’informazione spesso semplificata divenga inadeguata a rappresentare le complessità, gli snodi non semplici, i drammi, le sofferenze ed i cambiamenti della vita della persone. Che si perda la possibilità di raccontare. Invece sull’onda lunga della legge 180 sono venuti allo scoperto uomini e donne che possono parlare, in prima persona, della propria sofferenza mentale. Di come l’hanno attraversata, della guarigione, dei rapporti a volte positivi a volte umilianti con i sistemi di cura. Ha aderito anche il presidente della Federazione Nazionale Stampa Italiana, Roberto Natale, che dichiara: «Ai confronti ad armi pari non siamo abituati, noi giornalisti. In particolare quando trattiamo dei cosiddetti ‘soggetti deboli’, l’uso della telecamera, del microfono, del taccuino, diventa troppo spesso il modo per consolidare una situazione di emarginazione. E delle parole, della loro capacità sottile e quotidiana di confermare i pregiudizi, non abbiamo ancora imparato a misurare appieno gli effetti».
(il Piccolo)







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