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Rivive sul Carso la bussola di pietra

Categoria: notizie
Inserito: 24.07.2009 11:49

TRA IL MONTE DI OPICINA E IL MONTE GURCA
Luciano Filipas per tre anni ha cercato documenti e testimonianze sul manufatto


Circa tre anni di lavori, tra ricerche, indagini e supposizioni, tra le più svariate. Poi la verità storica e la possibilità di ridare identità ad un antico manufatto carsico adibito alla "Astronomia di posizione", un reperto unico nel suo genere. Tra il monte di Opicina e il Monte Gurca, nei pressi di una radura nelle vicinanze del Tempio Mariano denominata bosco Angeli, da circa un mese troneggia una insolita costruzione formata da blocchi di roccia calcarea, indicata dai cartelli come "Segnale di mira fissa".
Si tratta di una costruzione datata circa fine ’800, eretta all'epoca dalla Accademia Regia di Commercio e Nautica, l'attuale istituto "Nautico", allo scopo di fornire la direzione del Nord, parametro naturale di alcune didattiche della scuola nautica e delle ricerche di astronomia. L'antica bussola di pietra ora è risorta.
Il merito è di un appassionato triestino, Luciano Filipas, socio della Commissione Grotte della Alpina delle Giulie. Suo il lavoro incessante di indagine, tra archivi e altre fonti istituzionali, votato alla ricostruzione delle reali finalità dell'atipico totem di pietra, semi abbattuto, rinvenuto in Carso: «Nel 1996 avevo ricevuto una prima traccia del manufatto da parte di Vincenzo Obersnel, anche lui socio dell'Alpina delle Giulie - racconta Luciano Filipas - la sua relazione parlava di una costruzione parzialmente abbattuta. Dieci anni dopo, durante una ricognizione, sono tornato ad occuparmene, questa volta per ricostruirlo e andare a fondo».
Luciano Filipas mantiene l'impegno e vestendo i panni da Indiana Jones di Montegrisa inizia a scandagliare testi e documenti alla ricerca del vissuto di una costruzione semi distrutta e quasi sommersa dalla vegetazione ma ancora tale da suggerire svariate ipotesi, tra le più suggestive. Filipas prende così in esame una serie di soluzioni, dalle radici militari a quelle religiose, queste ultime suggerite dalla forma del reperto, quasi una rivisitazione carsica dei menhir, i monumenti sacri ricorrenti nella tradizione celtica, presenti anche in Italia, nel Salento. Nulla di tutto questo.
Dopo anni di studio arriva la spiegazione più probante, accreditata da un documento dell'Archivio Comunale di Trieste datato 8 giugno 1883, firmato da Ferdinando Osnaghi, direttore all'epoca dell'Accademia di Commercio e Nautica, dove viene formulata una istanza al Magistrato Civico della Città di Trieste per la costruzione di una base di osservazione, un punto di mira per il Nord. Il mistero sembra risolto.
Luciano Filipas appura che la costruzione rientrava nei piani didattici della Astronomia di posizione e che all'epoca, complice la scarsa vegetazione, fosse persino visibile dal terrazzino della Biblioteca Civica. La teoria si sposa ben presto anche alla pratica e grazie al Rotary Club, la ditta Benussi e gli studenti della scuola Edile di Trieste, il manufatto torna allo splendore delle origini.
Lo stesso Rotary Club ha provveduto, nello scorso giugno, ad una cerimonia di battesimo per salutare il nuovo corso di un monumento di 3, 5 metri di altezza e oltre 5 tonnellate di pietra carsica. Indicherà sempre il Nord ma anche lo stimolo per nuove ricerche e letture del passato. (il Piccolo)
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